Il conflitto che divide e uccide
Settantasette anni di guerra. Settantasette anni di ipocrisie, tavoli diplomatici, strette di mano davanti ai fotografi. E intanto, case rase al suolo, campi profughi diventati città fantasma, bambini che imparano a distinguere il suono dei missili prima ancora delle lettere dell’alfabeto.
La verità che non si dice
Il conflitto israelo-palestinese non è un mistero da storici o teologi. È un crimine che si ripete ogni giorno. Israele ha il sostegno delle grandi potenze, che chiudono gli occhi di fronte all’occupazione e agli insediamenti. La Palestina è lasciata a pezzi, sacrificata come pedina di un gioco più grande. Il risultato? Una guerra che conviene a troppi: a chi vende armi, a chi controlla il gas, a chi costruisce muri.
Nakba (*), sempre
Il 1948 non è mai finito. Per i palestinesi la Nakba non è un ricordo, è il presente. Profughi, esiliati, cittadini di seconda classe. Ma anche per gli israeliani non c’è tregua: vivere blindati, circondati da odio, significa portare avanti un progetto nazionale che si regge solo sulla paura.
Il teatrino della memoria
Shoah contro Nakba. Dolore contro dolore. La memoria trasformata in arma politica, brandita per legittimare o per resistere. E così nessuno ascolta più il grido della gente comune, quella che non vuole né muri né bombe.
Basta balle
“Chi c’era prima?” È la domanda più idiota che si possa fare. Perché mentre discutiamo di archeologia identitaria, la gente muore. Il punto non è chi è arrivato prima, ma chi oggi viene calpestato.
Lo specchio sporco
Guardare Gaza e dire “non ci riguarda” è vigliaccheria. Quella gabbia a cielo aperto è lo specchio del nostro futuro: sorveglianza totale, frontiere armate, vite ridotte a statistiche. Se lo accettiamo lì, domani lo avremo ovunque.
Una scelta netta
O si sta dalla parte di chi viene schiacciato, o si sta dalla parte di chi schiaccia. Non ci sono vie di mezzo, non ci sono “equilibri geopolitici” che tengano. Continuare a dire “è complicato” significa solo lavarsi le mani e lasciare che altri muoiano al posto nostro.
(*)ndr I palestinesi la chiamano Nakba, che in arabo significa catastrofe. Circa 700mila persone – la maggioranza dell’allora popolazione di Palestina – fuggirono e furono espulsi dalle loro case prima e durante la guerra arabo-israeliana del 1948 che seguì la fondazione di Israele.

