La crisi del giornalismo vista da dentro
Tra carte sparse e silenzi digitali, un mestiere che cambia pelle e lascia indietro chi lo ha imparato quando l’inchiostro macchiava le dita.
Saggi

La crisi del giornalismo vista da dentro

Questa non è solo una nostalgia personale, ma il racconto di una crisi del giornalismo che attraversa redazioni, algoritmi e identità professionali.

Ricordo il rumore secco delle tastiere meccaniche, il fumo che restava sospeso come una seconda pelle sopra le scrivanie, il sapore metallico del caffè bruciato nella moka della redazione. C’era sempre Paolo che si schiariva la voce prima di parlare, tre colpetti secchi, come un avvertimento, e nessuno capiva mai se stesse per dire qualcosa di intelligente o solo per contraddire per abitudine.

Discutemmo per un’ora su un titolo che riguardava una frana. Non la frana in sé — su quella i fatti erano chiari — ma su un aggettivo. “Improvvisa”. Paolo diceva che nessuna frana è davvero improvvisa, che qualcosa cede sempre prima, anche solo per un attimo. Alla fine l’aggettivo saltò. Non cambiò il mondo. Però dormimmo meglio.

Le rotative all’alba facevano vibrare il pavimento. L’inchiostro restava sulle dita e sotto le unghie, e a casa ti chiedevano perché avessi sempre quell’odore addosso. Non era un buon odore. Era solo vero.

Adesso entro in redazione e non c’è odore. C’è luce bianca, piatta. C’è il ronzio dei server e lo schermo che illumina i volti come una finestra che non si apre mai. Le parole scorrono e basta. Non lasciano traccia sulle mani.

Scrivo ancora, con la finestra delle statistiche accanto. Ogni tanto mi accorgo che sto scegliendo un verbo perché “tiene” meglio, non perché sia più preciso. È una cosa piccola. Ma si sommano, le cose piccole. Si sommano e fanno una distanza.

Funziono. Produco. Mi adatto.
Non è una bella parola, “adatto”. Ma è quella.

Non sono stato licenziato, questo no. Nessuno mi ha detto che non servo più. È successo in modo più morbido. Ho iniziato a tagliare, a semplificare, a togliere i passaggi che rallentano. Ho iniziato a pensare al lettore come a qualcuno che potrebbe scappare da un momento all’altro. Forse è vero. Forse scappa davvero.

Una volta correvamo verso la tipografia per toccare la prima copia uscita dalla macchina. L’ultima volta che ho stampato un mio articolo l’ho fatto dalla stampante di casa. Il foglio è uscito lento, un po’ storto. L’ho preso. Era freddo. L’ho lasciato sul tavolo e dopo qualche ora c’era sopra una tazza.

Non so se l’informazione sia morta. Non so nemmeno se fosse migliore prima o se semplicemente ero più giovane e quindi più disposto a credere che quello che facevo contasse davvero.

So che riconosco quando qualcosa cambia pelle e tu resti con la vecchia addosso.

Forse non sono uno zombie. Forse sono solo in ritardo.

O forse sto cercando una parola più nobile per dire che non ho saputo restare al passo. Non lo so. E non sono sicuro di volerlo capire fino in fondo.

Arturo Inchiostri

PSEUDONIMO

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