Perché non decidere, senza dirlo, è la scelta che produce i danni maggiori
3 Febbraio 2026
Quando si parla di decisioni organizzative, l’attenzione si concentra quasi sempre su cosa viene deciso.
Raramente su in che stato decisionale si trova davvero l’organizzazione nel momento in cui dice di stare decidendo.
Eppure, è proprio lì che si annida una delle cause più profonde delle crisi prolungate.
Un equivoco diffuso
Nel linguaggio comune esistono solo due possibilità implicite:
- l’organizzazione ha deciso
- l’organizzazione non ha ancora deciso
Questa semplificazione è fuorviante.
Tra queste due condizioni esiste uno stato intermedio, stabile e pericoloso, che spesso non viene riconosciuto come tale.
Ed è proprio questo stato a produrre i costi più alti.
Una tassonomia semplice (ma necessaria)
Osservando crisi reali, comunicazioni ufficiali, bilanci e sequenze temporali pubbliche, emergono tre stati decisionali distinti.
Non sono giudizi.
Sono descrizioni operative.
1.Decisione esplicita
L’organizzazione prende una decisione e la dichiara.
Può essere:
- un’azione,
- una non-azione,
- uno stop,
- un cambio di direzione.
La decisione può essere giusta o sbagliata.
Ma esiste, ed è riconoscibile.
Lo spazio delle opzioni viene chiuso.
Esiste un prima e un dopo.
2. Non-decisione dichiarata
L’organizzazione decide di non decidere — ma lo dichiara.
Riconosce apertamente il rinvio e lo accompagna con:
- condizioni,
- limiti,
- criteri di uscita,
- un orizzonte temporale.
Anche questa è una forma di decisione.
Non perché produca azione, ma perché produce consapevolezza e responsabilità.
3. Astensione implicita
Qui sta il punto cieco.
L’organizzazione:
- non prende una decisione,
- non riconosce di non star decidendo,
- continua a parlare di valutazioni, negoziazioni, approfondimenti,
- lascia che il tempo e il contesto restringano le opzioni.
Questo stato non viene nominato.
E proprio per questo non viene governato.
Perché il terzo stato è il più pericoloso
L’astensione implicita non è prudenza.
Non è strategia.
Non è attesa deliberata.
È una non-decisione non riconosciuta.
In questo stato:
- non esistono criteri di stop,
- non esistono responsabilità chiare,
- non esiste una soglia oltre la quale qualcosa cambia.
La crisi evolve.
Il processo decisionale resta fermo.
Decisione non significa azione
Un errore comune è confondere la decisione con l’azione immediata.
In realtà, decidere significa chiudere lo spazio delle possibilità, non necessariamente agire subito.
Si può decidere di:
- non agire,
- attendere,
- fermarsi,
- rinviare.
La differenza non è nel contenuto della scelta, ma nel fatto che la scelta esiste.
Finché questo non accade, l’organizzazione non sta decidendo.
Sta solo rimandando.
Il ruolo del tempo
Il tempo non è neutro.
In molti casi osservabili, il tempo che intercorre tra il primo segnale di crisi e una decisione esplicita supera il tempo necessario perché:
- il contesto cambi,
- le opzioni si riducano,
- la decisione diventi una conseguenza.
Quando finalmente arriva una “decisione”, spesso non è più una scelta.
È l’unica strada rimasta.
Perché questa distinzione conta
Questa tassonomia non dice come decidere.
Non propone soluzioni.
Non promette risultati.
Fa qualcosa di più semplice e più raro:
rende visibile uno stato che spesso resta invisibile.
Una volta riconosciuto lo stato in cui si è, diventa possibile:
- restarci consapevolmente,
- uscirne,
- oppure accettarne le conseguenze.
Ma finché lo stato non viene nominato, nessuna di queste opzioni è davvero disponibile.
Chiusura
Ogni organizzazione decide.
La differenza è se lo fa apertamente o lascia che il tempo decida al posto suo.
L’astensione implicita non è assenza di decisione.
È una decisione non dichiarata.
E come tutte le decisioni non dichiarate,
è quella che costa di più.
Salvatore Martino – Pensai
