Cristiani, musulmani, ebrei: tutti contro tutti per distruggere?
Una riflessione sulle guerre della fede e sulla fede nella pace
Ci sono giorni in cui sembra di vivere dentro un disco rotto. Cambiano i volti, le armi, le tecnologie, ma il sottofondo è sempre lo stesso. Telegiornali pieni di missili, rivendicazioni, accuse incrociate tra cristiani, musulmani ed ebrei.
Tre popoli che si dicono “fratelli”, ma che troppo spesso si guardano in cagnesco.
E la domanda sorge spontanea: ma davvero siamo destinati a farci la guerra per sempre?
Non è la religione che uccide, ma l’uomo
Se si scava sotto la superficie, la storia ha molto più da raccontare di quel che appare nei titoli di cronaca. Non solo crociate, pogrom e intifade. Ma anche periodi di convivenza. Di scambio. Di bellezza.
Ti dice niente il nome Al-Andalus? Era la Spagna musulmana, tra il IX e il XII secolo. A Cordova non si contavano solo moschee, ma anche sinagoghe, chiese, biblioteche e scuole dove cristiani, ebrei e musulmani vivevano — sì, vivevano — gomito a gomito.
O prendi Palermo, ai tempi dei Normanni: il Gran Conte Ruggero che commissiona mosaici bizantini in una chiesa dove si prega in latino, greco e arabo. Un crogiolo di lingue e culture in un’isola al centro del Mediterraneo.
Le religioni, nella loro essenza più profonda, non nascono per dividere. Sono gli uomini, piuttosto, a usarle come ariete quando vogliono imporsi, vendicarsi o sentirsi superiori. Metti un vestito sacro alle tue ossessioni, e avrai una guerra “benedetta”.
Il dialogo non è un’invenzione moderna
Oggi si parla tanto di “dialogo interreligioso”, come se fosse un prodotto delle Nazioni Unite o delle conferenze internazionali. Ma i nostri nonni, soprattutto nelle campagne, lo praticavano ogni giorno — senza paroloni.
Mia nonna diceva spesso:
“Megghiu un bonu vicinu musulmanu ca un cristianu luntanu e senza cori.”
E non lo diceva per provocazione. Era puro buon senso.
Era il riconoscimento, semplice e disarmante, che la bontà non ha religione. Che il metro per misurare un uomo non è la direzione verso cui si gira quando prega, ma il modo in cui guarda gli altri negli occhi.
Dove stiamo andando?
Il problema, oggi, è che il mondo ha disimparato la pazienza. E con essa, anche la complessità. Tutto si semplifica, si divide in bianco o nero, buoni o cattivi, noi e loro.
Ma non è fede, questa. È tribalismo. È identità usata come arma. È fede trasformata in bandiera da sventolare contro l’altro.
E allora ecco che si combattono guerre non in nome di Dio, ma in nome del proprio ego, del proprio rancore, del proprio bisogno di sentirsi “giusti”.
Ricordare serve a non ricadere
Le macerie parlano. Le chiese sventrate, le sinagoghe bruciate, le moschee profanate. Ma parlano anche i muri di una scuola elementare di Sarajevo, dove un tempo sedevano insieme bambini di tutte le religioni.
E le corsie di un ospedale dove un cristiano salvava la vita a un ebreo, operando con uno strumentario fornito da un musulmano.
La convivenza non è una favola per anime ingenue. È memoria concreta. E vale la pena ricordarla, soprattutto quando il vento tira nella direzione opposta.
(Nessuna conclusione, solo una domanda)
Forse è il momento di smettere di guardare l’altro attraverso la lente della paura.
Forse dovremmo tornare al cuore delle nostre fedi. Non quello che divide, ma quello che abbraccia.
Chi ama davvero Dio, non può odiare l’uomo.
Cristiani, musulmani, ebrei: nessuno è nemico per natura. Lo si diventa quando si dimentica che, prima di tutto, siamo esseri umani.
E allora sì, possiamo continuare a distruggere.
Oppure — se abbiamo ancora voglia di crederci — ricominciare a costruire. Insieme.