Quando le decisioni hanno smesso di avere un volto
Il prezzo delle decisioni automatiche
Saggi

Quando le decisioni hanno smesso di avere un volto

27 Gennaio 2026

Chi ha qualche decennio di lavoro sulle spalle certi passaggi non li riconosce perché li ha studiati. Li riconosce perché li ha già pagati. Non arrivano con titoli a tutta pagina, non fanno rumore all’inizio. Succedono piano, per accumulo. Cambia il modo di parlare, poi quello di decidere, poi quello di giustificarsi. E quando finalmente capisci che qualcosa si è spostato, è già diventato normale. Irreversibile, quasi.

Ricordo ambienti di lavoro in cui le decisioni erano faticose, spesso sporche, ma avevano un volto preciso. Ricordo la faccia paonazza dell’ingegner Marini — sì, proprio lui — che batteva i pugni sul tavolo durante una riunione alle sette e mezza del mattino perché non voleva quel fornitore. Diceva che era inaffidabile. Lo diceva urlando. Sapeva che così avrebbe bloccato un cantiere per un mese. E sapeva anche che se le cose fossero andate male il nome sul verbale sarebbe stato il suo. Ma almeno era chiaro chi stava decidendo.

C’erano errori, eccome se c’erano. Ma avevano un’origine riconoscibile. Qualcuno aveva firmato. Qualcuno aveva insistito. Qualcuno aveva sbagliato. E proprio per questo si poteva discutere, litigare, a volte persino rimediare. La responsabilità non era una parola da convegno: era una condizione concreta, spesso scomoda, che ti seguiva anche quando tornavi a casa.

Poi, lentamente, è arrivata un’altra idea. Che tutto potesse essere reso più razionale. Più efficiente. Più “allineato”. Un’idea elegante, rassicurante. Nessuno aveva voglia di difendere i conflitti inutili o le decisioni prese di pancia. Così quella promessa di ordine è passata senza resistenze. Quasi con sollievo.

Ricordo le prime riunioni in cui i numeri hanno smesso di essere uno strumento e sono diventati un verdetto. Non si diceva più “scegliamo questa strada perché…”, ma “questa è la strada che emerge”. Emerge da dove? Da chi? Da cosa? Nessuno lo diceva. Era tutto lì, sospeso. Se provavi a contestare sembravi uno che non capiva, uno che rallentava. Uno che “non era allineato”.

All’inizio funzionava. E quando qualcosa funziona, si impone da solo. Dire sì diventava facile. Dire no significava scrivere mail, preparare slide, perdere tempo. In un mondo che premiava la velocità, il sì era la scelta più comoda. Non la migliore. La più comoda.

E poi ci sono le parole. Quelle maledette parole. “Ottimizzazione”. “Efficientamento”. “Razionalizzazione delle risorse”. Sembrano uscite dal libretto di istruzioni di una lavatrice, ma le usano per non dirti in faccia che domani sei fuori. Che il tuo ruolo non serve più. Che non è una decisione, è un processo. Una presa in giro, in molti casi.

Ho visto persone serie, competenti, ridursi a validatori di scelte che non sentivano più come proprie. Non per cattiveria. Per stanchezza. Per adattamento. Nessuno si alzava la mattina pensando: “oggi rinuncio alla mia responsabilità”. Succedeva un pezzo alla volta. In cambio di una quieta sopravvivenza operativa.

Quando si arriva lì, il linguaggio cambia definitivamente. Non si dice più “abbiamo deciso”, ma “è stato deciso”. Non c’è più un soggetto. È tutto impersonale, neutro, pulito. E proprio per questo pericoloso.

Negli ultimi anni qualcuno ha provato a metterci una pezza: figure di controllo, supervisioni finali, “presenze umane” incaricate di garantire che non fosse tutto automatico. Sulla carta funziona. Nella realtà no. Perché se quella persona arriva quando tutto è già impostato, se sa che opporsi significa esporsi, se ha un contratto a tempo determinato e due figli all’università, quella presenza è solo una formalità. Una foglia di fico.

Ho visto colleghi stare zitti davanti a errori macroscopici perché avevano un mutuo sulle spalle. Perché sapevano che fare i coraggiosi significava finire in una lista nera gestita da un altro algoritmo ancora, quello delle risorse umane. La responsabilità, in quei momenti, non è una questione etica. È una scelta brutale tra la coscienza e il conto corrente.

Per questo la responsabilità non può essere inserita alla fine, come un controllo qualità. O c’è dall’inizio, oppure non c’è. Essere responsabili significa potersi fermare e dire no, anche quando quella strada “funziona meglio”. Anche quando costa.

Oggi molti progetti vanno avanti per inerzia. Nessuno li difende davvero, nessuno li contesta apertamente. Mancano i punti di arresto. E quando non esiste un punto in cui fermarsi senza pagare un prezzo personale, la decisione smette di essere umana. Diventa corrente. E la corrente, si sa, non risponde a nessuno.

Non è una questione tecnica. Non lo è mai stata. È una questione di disciplina. Di tornare a dire: questa scelta è mia. E sapere che non è una frase retorica, ma un impegno che lascia segni.

Chi ha memoria lunga lo sa bene. Le crisi peggiori non nascono quasi mai da decisioni sbagliate prese da qualcuno. Nascono da decisioni che nessuno ricorda di aver preso. E quando si arriva lì, nessuna ottimizzazione può salvarti.

Serve solo una cosa, ormai rara:
rimettere un volto dove è rimasto solo un processo.

Salvatore Martino osserva da tempo i luoghi in cui le decisioni si formano, si diluiscono o scompaiono. Scrive quando riconosce un passaggio già visto, e lo fa senza pretendere di indicare soluzioni, ma ricordando ciò che accade quando nessuno decide più davvero.

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