Nel 2025, piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube sono diventate la fonte primaria di notizie. Ma dietro i video virali, cresce l’incertezza su cosa sia ancora affidabile.
Secondo il Digital News Report 2025 del Reuters Institute, è successo quello che da anni sembrava solo una tendenza: i social media hanno superato TV, giornali e persino i portali ufficiali nella corsa quotidiana all’informazione. In testa, i più giovani, ma non solo loro. Una svolta che non fa solo notizia: fa anche paura.
L’informazione corre, ma inciampa
C’è stato un tempo – e non troppo lontano – in cui si faceva zapping tra il TG1 e il TG5, si sfogliava il giornale al bar, ci si fidava di un titolo con firma e logo in testata. Oggi, invece, una generazione intera si sveglia, apre Instagram, scorre un video di 15 secondi e si sente “aggiornata”.
Negli Stati Uniti, il 54% delle persone dice di informarsi attraverso social e video online. La TV è ferma al 50%, i siti di news al 48%. Il mondo si è girato dall’altra parte dello schermo – quello verticale.
Non più giornalisti, ma creator
Le notizie non arrivano più da un cronista con microfono e taccuino, ma da uno smartphone in mano a un ventenne con milioni di follower. I giovani chiedono velocità, emozione, immediatezza. Chi gliele dà? I creator, gli influencer, gli streamer. Non chi scrive editoriali da 5.000 battute.
Il problema è che spesso si tratta di contenuti senza verifica, senza fonti, senza filtri. E gli algoritmi, ben lontani dall’essere neutrali, servono porzioni di verità selezionate in base a ciò che può far cliccare, non riflettere.
Fidarsi è bene, ma chi ci riesce più?
Il dato più preoccupante non è nemmeno il sorpasso dei social. È il vuoto che lascia dietro di sé. Il 58% degli utenti globali dice di avere difficoltà a distinguere il vero dal falso. Negli Stati Uniti, la percentuale sfiora il 73%. È come se la popolazione informata fosse diventata… disinformata.
Perché? Perché i contenuti si assomigliano, perché anche una bufala può sembrare un approfondimento, perché nessuno ha più tempo – o voglia – di verificare.
L’intelligenza artificiale: amica o spettro?
Nel frattempo, nei corridoi delle redazioni si è fatto spazio un nuovo collega: l’intelligenza artificiale. Scrive articoli, traduce, suggerisce titoli, organizza le notizie. Ma non pensa. Non sente. Non si assume responsabilità.
E se da un lato permette alle testate di rimanere a galla, dall’altro rischia di spingere ancora più in basso la qualità del contenuto. Si risparmia tempo, sì. Ma a scapito di cosa?
I direttori delle grandi testate lo sanno. E iniziano a chiedere regole, formazione, vigilanza. Ma intanto la macchina corre. E l’umano arranca.
E ora?
Il giornalismo, quello vero, è di fronte a un bivio. Può inseguire il like, oppure tornare a cercare il senso. Può adattarsi ai formati brevi, ma non deve rinunciare alla profondità. Può usare la tecnologia, ma non deve diventarne schiavo.
In un mondo dove la verità viaggia a velocità 5G, servono ancora persone disposte a rallentare per controllare la fonte, per fare una domanda in più, per raccontare non solo cosa è successo, ma perché.
Perché la fiducia, a differenza dei video virali, non si costruisce in pochi secondi. E senza fiducia, l’informazione non è che rumore.

