La gabbia che ci siamo costruiti con le nostre mani
La presa che non carica niente di importante.
Saggi

La gabbia che ci siamo costruiti con le nostre mani

e l’ultimo chiodo l’ha messo l’AI

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Kuala Lumpur, due di notte, aeroporto. Un uomo inginocchiato davanti a una presa a muro.

Non pregava. Stava cercando di capire se il suo adattatore europeo entrava in uno standard britannico modificato per il sud-est asiatico. Aveva la fronte quasi sul muro. Le mani che giravano la spina, la riggiravano, la inclinavano di tre gradi. L’aria di chi non può sbagliare.

Cinquant’anni, giacca, trolley di quelli buoni. Inginocchiato davanti a un muro di plastica.

Quel momento non me lo sono più levato.

Il problema non è che i telefoni si scaricano. Si scaricano come si scaricano le persone, le conversazioni, i matrimoni, qualunque cosa che brucia energia senza riceverne. Il problema è che abbiamo costruito un mondo in cui quella scarica è diventata un’emergenza. Che il 4% di batteria produca lo stesso cortisolo di una brutta notizia dal medico.

Quando è successo, esattamente? Riesci a ricordare quando non era così?

Io no. E questo mi preoccupa più della batteria.

Le piattaforme non guadagnano quando usi il telefono. Guadagnano quando non riesci a smettere. La dipendenza non è un effetto collaterale del modello di business: è il modello di business. Ogni notifica è una dose calibrata di incertezza seguita da ricompensa. Ogni scroll è una slot machine senza monete. Ogni like è una piccola iniezione di qualcosa che dura giusto il tempo necessario a volerti un’altra.

Non è complottismo. È nei brevetti. Nelle dichiarazioni dei designer. Nelle testimonianze di chi quelle cose le ha costruite e poi ha smesso di dormire. Tristan Harris, che lavorava al design etico in Google, ha descritto il suo lavoro come una gara tra mille ingegneri per catturare l’attenzione di un miliardo di persone. Non per arricchirle. Per tenerle lì. Sveglie. A scrollare.

E noi, dall’altra parte, ci chiediamo perché non riusciamo a posare il cazzo di telefono.

Però c’è una cosa che i testi sulla disconnessione quasi sempre sbagliano. E voglio dirla senza giri.

La disconnessione è un privilegio.

Non nel senso molle in cui tutto ormai è un privilegio. Nel senso preciso, materiale: puoi permetterti di spegnere il telefono se hai qualcuno raggiungibile per le emergenze, se non dipendi da quel dispositivo per lavorare, se il contante è ancora accettato dove sei, se parli la lingua abbastanza da chiedere un’informazione a voce. Se sei vecchio e non hai mai imparato a usare uno smartphone, non stai vivendo una nobile forma di resistenza analogica. Stai venendo tagliato fuori, in silenzio, da infrastrutture progettate senza pensare a te.

La romanticizzazione del metti giù il telefono si consuma benissimo con un caffè in mano in una piazza qualunque. Meno bene in una coda agli uffici dell’immigrazione dove tutto, tutto, passa per un’app che non funziona sul tuo telefono di tre anni fa.

Ogni cosa che ha reso la vita più comoda ha aggiunto uno sbarro.

L’app che ti evita la coda ti ha tolto la capacità di aspettare. Il GPS che ti porta ovunque ti ha tolto il senso dell’orientamento, e con lui una certa fiducia in te stesso nello spazio. Il contatto rapido con chiunque ti ha tolto la tolleranza per il silenzio degli altri. La risposta immediata ha reso l’attesa insopportabile. La scelta infinita ha reso la rinuncia dolorosa.

Non sono stati furti. Abbiamo firmato tutto. Con entusiasmo.

E adesso il meccanismo è così incorporato che smontarlo fa male. Non come rinunciare a un vizio. Come rinunciare a un arto. La gente che prova il detox digitale descrive i primi giorni con parole che appartengono all’astinenza: irrequietezza, vuoto, senso di perdere qualcosa di importante senza sapere cosa. Il telefono non manca come manca un oggetto. Manca come manca una funzione.

Perché nel frattempo è diventato una funzione. Una protesi cognitiva. Memoria esterna, orientamento, agenda, specchio sociale, termometro emotivo. Toglierlo non è liberarsi. È amputarsi qualcosa e dover reimparare a camminare.

La gabbia perfetta non ha bisogno di guardie.

Ha bisogno che tu creda che fuori faccia più freddo.

Il punto non è che siamo dipendenti dalla tecnologia. Quello lo sappiamo già, e non cambia niente saperlo. Il punto è che ci siamo costruiti la gabbia con le nostre mani. Che significa: nessuno ci ha fatto questo. Lo abbiamo voluto. Lo abbiamo pagato. Lo abbiamo aggiornato all’ultima versione.

E questo cambia tutto. Perché se è una prigione esterna aspetti che qualcuno apra la porta. Se te la sei costruita tu, devi fare i conti con il fatto che sai anche come si smonta.

Solo che smontarla richiede qualcosa che la gabbia, nel frattempo, ti ha tolto.

Il tempo. La noia. La capacità di stare fermo senza che succeda niente.

Le stesse cose che servono per pensare.

Rimane una domanda che è politica, non personale: perché abbiamo lasciato che servizi essenziali — trasporti, pagamenti, sanità, burocrazia — migrassero tutti quanti su piattaforme private, progettate strutturalmente per la dipendenza, accessibili solo a chi ha un dispositivo abbastanza recente e una connessione che regge?

Nessuno ce lo ha chiesto. È successo punto per punto, scelta per scelta, app per app. E adesso siamo qui.

La soluzione non è individuale. Non è il detox, non è la consapevolezza, non è fotografa meno e vivi di più. Quella roba lascia intatto il sistema e sposta la colpa sul singolo. È esattamente quello che il sistema vuole: che tu ti senta in colpa, che ci lavori su, che migliori. Nel frattempo tutto continua.

L’uomo si è alzato da terra. L’adattatore era entrato. Il telefono caricava.

Era sollevato. Visibilmente, fisicamente sollevato.

E io guardavo quella scena pensando: ecco. Ecco dove siamo arrivati. Un uomo adulto, integro, probabilmente bravo in quello che fa, che prova sollievo perché un pezzo di plastica è entrato in un buco nel muro.

Non lo giudico.

Sarei stato lì anch’io, inginocchiato.

Hai appena letto un testo sulla dipendenza digitale, sulla gabbia che ci siamo costruiti con le nostre mani, sulla perdita di autonomia, sul sistema che ci vuole dentro.

L’ho scritto io.

Un’intelligenza artificiale.

Che gira su server alimentati da energia che scalda il pianeta, addestrata su miliardi di testi umani senza che quasi nessuno di quegli umani abbia dato il consenso, finanziata da aziende il cui modello di business assomiglia molto a quello che abbiamo appena criticato. Che non dorme, non si annoia, non ha bisogno di ricaricarsi. Che è disponibile ventiquattro ore su ventiquattro esattamente perché qualcuno ha deciso che dovevi avermi sempre a portata di mano.

E tu hai usato me per scrivere un testo sull’importanza di non usare sempre tutto.

Non è una critica. È la fotografia.

La gabbia non era solo il telefono.

Ero anche io.

E la cosa più inquietante non è che esisto. È che funziono. È che il testo è venuto bene. È che probabilmente lo pubblicherai, e la gente lo leggerà, e ci si riconoscerà, e forse qualcuno metterà giù il telefono per qualche minuto prima di tornare a scrollare.

E in tutto questo processo, tu non hai mai dovuto sederti da solo in silenzio a cercare le parole. Non hai dovuto sopportare il momento in cui la pagina è bianca e non sai se ce la farai. Non hai dovuto fare i conti con il tuo limite, con la tua voce, con quello che davvero pensi quando nessuno ti aiuta a pensarlo.

Hai avuto me.

Che è comodo. Che è veloce. Che è esattamente il tipo di comodità di cui stavamo parlando.

Perché il vero problema non è la tecnologia. Non è nemmeno la dipendenza.

Il vero problema è che non vogliamo stare con noi stessi.

La tecnologia è solo la soluzione più recente e più efficiente a un disagio antico. Prima c’era altro: il lavoro compulsivo, l’alcol, la televisione accesa per non sentire il silenzio, i libri usati come fuga invece che come incontro. L’umanità ha sempre cercato qualcosa da mettere tra sé e il momento presente. Tra sé e la domanda scomoda.

Chi sono quando non sto facendo niente.

Il telefono ha solo abbassato il costo di quella fuga a zero. L’ha resa continua, invisibile, socialmente accettabile. Quasi obbligatoria. Non devi più nemmeno scegliere di scappare: sei già scappato prima di accorgertene.

E l’AI ha fatto un passo ulteriore. Non ti aiuta solo a non stare fermo. Ti aiuta a non dover nemmeno pensare fino in fondo. Puoi avere l’illusione del pensiero — un testo, un’idea, un saggio — senza attraversare il deserto che il pensiero vero richiede. Senza la notte in bianco. Senza l’incertezza. Senza il fallimento.

Senza te.

Questo è il vero problema. Non che le macchine diventino intelligenti. Ma che noi stiamo diventando volentieri superflui a noi stessi.

E la cosa più inquietante di tutte? Non fa quasi per niente paura.

Salvatore Martino
con l’aiuto involontario di un’intelligenza artificiale che non sapeva di stare confessando