Dal Medio Oriente all’Africa, il conflitto invisibile che definisce il potere contemporaneo
26 Dicembre 2025 – Nel 2025 il confronto tra Donald Trump e l’ISIS non ha più nulla della guerra tradizionale.
Non esistono fronti, né dichiarazioni ufficiali, né un obiettivo finale dichiarabile. Esiste solo una tensione continua, mantenuta intenzionalmente sotto una soglia critica.
Non è una guerra da vincere. È una guerra da non far degenerare.
L’errore più diffuso è considerare l’ISIS un residuo del passato. Lo Stato territoriale è stato distrutto, ma quella era solo una forma. Oggi l’organizzazione opera come un sistema adattivo: cellule leggere, fedeltà ideologica minima, radicamento opportunistico.
Non amministra territori, ma consuma instabilità. Non cerca consenso, ma sopravvivenza. Questo la rende meno visibile, ma più longeva.
La risposta americana sotto Trump è priva di ambiguità. Nessuna occupazione, nessuna ricostruzione, nessun progetto politico a lungo termine. Solo interventi rapidi, selettivi, spesso invisibili all’opinione pubblica.
Il principio è semplice: impedire all’avversario di crescere abbastanza da tornare sistemico. Non distruggerlo. Non ignorarlo. Tenerlo costantemente sotto pressione.
Il baricentro del conflitto non è più solo il Medio Oriente. Si è spostato verso aree fragili dell’Africa: Sahel, Africa occidentale, Corno d’Africa. Zone dove lo Stato è debole, i confini sono teorici e il controllo territoriale è intermittente. Qui l’intervento americano non costruisce narrazione e non cerca consenso. Serve solo a fissare un limite: oltre questo punto, la risposta arriva.
Questo confronto è anche simbolico. Trump utilizza lo scontro come messaggio di deterrenza: forza immediata, risposta diretta, zero ambiguità. L’ISIS, al contrario, vive di esposizione. Ogni attacco subito diventa materiale narrativo, ogni perdita viene trasformata in racconto. È uno scontro in cui nessuno dei due ha interesse a spegnere del tutto il rumore. Uno perché perderebbe il controllo del tempo. L’altro perché perderebbe la propria ragione di esistere.
C’è un punto che raramente viene detto apertamente. Questa guerra non ha una fine perché una fine non è funzionale. Eliminare del tutto l’ISIS è improbabile. Ignorarlo sarebbe pericoloso. Gestirlo è l’unica opzione che non produce effetti collaterali incontrollabili. Non è una soluzione morale. È una soluzione operativa.
Il confronto tra Trump e l’ISIS non è un’eccezione, ma un modello. Nel mondo contemporaneo le minacce non vengono più cancellate: vengono contenute, mantenute sotto una soglia che consenta al sistema globale di restare stabile.
Non è una pace. È un equilibrio armato. Ed è questo, oggi, il vero volto del potere.

