CEO italiani ottimisti per il 2026, ma l’Intelligenza Artificiale non basta
Immagine generata da AI
Saggi

CEO italiani ottimisti per il 2026, ma l’Intelligenza Artificiale non basta

Crescita prevista, investimenti tecnologici in aumento e un ritardo che non è tecnico ma culturale

29 Gennaio 2026

C’è un odore preciso negli uffici quando si parla di futuro.
Carta appena stampata. Caffè che si raffredda. Computer accesi da ore.

È lo stesso odore che avevano i laboratori di ricerca quando si discuteva di innovazione sul serio, non per slogan. Leggendo i dati della CEO Survey presentata a Davos, quell’aria torna addosso tutta insieme.

I numeri dicono ottimismo.
E non è poco.

Il 62% dei CEO italiani vede crescita nei prossimi dodici mesi. Un dato in linea con il resto del mondo. La fiducia c’è, anche se più prudente quando si guarda all’economia nazionale. Qui si scende. Qui si riflette di più.

Forse perché chi guida un’azienda in Italia ha imparato a diffidare dell’entusiasmo puro.

Crescita, ma senza illusioni

I fatturati crescono. I margini tengono.
Nel breve periodo molti amministratori delegati si dicono fiduciosi. Nel medio termine ancora di più.

Poi però affiora una sensazione che nei numeri non si vede subito.
Quella distanza sottile tra investimento e risultato.

Le aziende spendono. In tecnologia, in strumenti, in soluzioni nuove. Ma spesso il ritorno resta fragile. Non strutturale. Come se mancasse qualcosa sotto.

E quel qualcosa non è il software.

La tecnologia non è il problema

Nei corridoi dei vecchi centri di ricerca si sentiva il rumore dei server. Un ronzio costante. Ti ricordava che lì dentro qualcosa stava lavorando, anche quando nessuno parlava.

Oggi l’Intelligenza Artificiale è ovunque nei piani strategici. È indicata come priorità. È citata come fattore competitivo. È temuta e desiderata allo stesso tempo.

Eppure, nella pratica, resta ai margini.

Molte imprese italiane non la integrano davvero nei processi decisionali. Non nella strategia. Non nello sviluppo dei prodotti. Non nella governance.

Non perché manchi la tecnologia.
Ma perché manca l’abitudine a governarla.

Il vero ritardo è culturale

Qui il dato diventa interessante. E anche scomodo.

Una parte significativa dei CEO ammette che la propria organizzazione non è pronta, culturalmente, ad adottare l’IA. Mancano competenze. Mancano regole. Mancano percorsi chiari.

  • Si usano strumenti isolati,
  • Si fanno prove,
  • Si sperimenta.

Ma senza metodo.

È come avere in laboratorio una macchina sofisticata e usarla solo per guardare le luci che si accendono. Fa scena. Non produce conoscenza.

Competenze. Sempre lì si torna

Quando si chiede cosa frena davvero l’adozione dell’IA, la risposta è antica.
Competenze.

Non abbastanza persone preparate.
Non abbastanza trasferimento di conoscenze.
Troppi dubbi sui ritorni economici.
Paure legate alla sicurezza. Resistenze interne.

Nulla di nuovo, in fondo. È la stessa lista che accompagnava ogni grande cambiamento industriale. Cambiano gli strumenti. Restano le strutture.

E le strutture, in Italia, spesso sono rigide. Appesantite. Burocratiche.

Reinventarsi non basta

Molte imprese stanno provando a spostarsi. Entrano in nuovi settori. Ampliano l’offerta. Cercano strade alternative.

I numeri lo confermano.

Ma la velocità resta un problema. Solo una parte delle aziende si sente davvero più rapida dei concorrenti. E più della metà dei CEO giudica le proprie performance sotto le aspettative.

È un giudizio duro.
E onesto.

Perché la verità è che non basta cambiare direzione se il motore resta lo stesso.

La lezione, antica

Nei laboratori seri si imparava presto una cosa: senza metodo, l’innovazione è rumore. Senza disciplina, la tecnologia è decorazione.

L’Intelligenza Artificiale non è una scorciatoia. È una prova.
Di maturità organizzativa.
Di cultura manageriale.
Di capacità di decidere.

Il 2026 può essere un anno importante. Ma solo per chi avrà il coraggio di fare una cosa impopolare: fermarsi, rimettere ordine, costruire fondamenta.

Poi ripartire.
Con meno slogan.
E più metodo.

Salvatore Martino (Pensai)

Prossimo articolo Turismo e intelligenza artificiale: il viaggio non programmabile