Tra algoritmi e mappe spiegazzate, perché viaggiare non è mai solo organizzare
30 Gennaio 2026
Ho viaggiato abbastanza da sapere che le cose migliori non erano quasi mai previste. Non erano sull’itinerario, non erano segnate sulla mappa, non le avevo lette da nessuna parte. Sono arrivate per caso, o forse per attenzione. Perché viaggiare, alla fine, è soprattutto saper guardare.
Oggi, prima di partire, molti hanno già deciso tutto. Un viaggiatore su tre usa l’intelligenza artificiale per costruire il proprio viaggio, e l’85% dice che è utile, persino fondamentale. Lo capisco. Anch’io, a volte, la uso. Ma ogni volta mi chiedo se non stiamo confondendo la comodità con l’esperienza.
Io e le mappe spiegazzate
Ricordo quando partivo con una guida consumata, una cartina che non si richiudeva mai come prima e pochi indirizzi scritti a mano. Chiedere informazioni faceva parte del viaggio. Sbagliare strada pure. Oggi tutto è più veloce, più preciso. Ma anche più chiuso.
Leggendo i dati dell’Osservatorio Travel Innovation del Politecnico di Milano, ho pensato che forse non siamo così lontani da quella sensazione. Solo una parte degli operatori turistici ha davvero investito sull’intelligenza artificiale. Non è resistenza al nuovo: è cautela. Ed è una cautela che riconosco.
Le agenzie viste da chi viaggia
Mi hanno detto per anni che le agenzie di viaggio sarebbero scomparse. Io continuo a entrarci, ogni tanto. E continuo a uscirne con qualcosa che non avevo chiesto, ma che mi serviva. Un consiglio, un avvertimento, un dettaglio che nessun algoritmo avrebbe colto.
So che oggi usano l’IA. E va bene così. Li aiuta a essere più rapidi, più informati. Ma il viaggio, quello vero, nasce ancora da una conversazione. Da qualcuno che ti guarda e capisce se stai scappando o tornando.
Il paradosso visto con gli occhi di chi cammina
C’è una parola che circola spesso: AI Paradox. Promette molto, restituisce poco. Da viaggiatore, non mi sorprende. Le promesse funzionano bene nei documenti, meno nei luoghi reali.
Le aziende investono, ma faticano a capire quanto guadagnano davvero. Perché il turismo non è una formula. È fatto di attese, di imprevisti, di umori. L’intelligenza artificiale può aiutare a organizzare, non a sentire.
Quando l’IA mi è stata utile
Lo ammetto: mi è stata utile. Per capire orari, distanze, possibilità. Per togliere rumore. Quando resta al suo posto, funziona. Quando pretende di decidere al posto mio, no.
Il miglior viaggio che ho fatto non era il più efficiente. Era quello in cui mi sono fermato più volte senza sapere perché.
Quello che non voglio perdere
Ho paura di una cosa sola: che il viaggio diventi una sequenza perfetta di cose giuste. Senza sbavature. Senza deviazioni. Senza memoria.
Per questo penso che l’intelligenza artificiale nel turismo vada usata con misura. Come una bussola, non come una guida. Perché la direzione, alla fine, la decide sempre chi cammina.
E io, finché potrò, continuerò a viaggiare così: lasciando spazio a ciò che non si può programmare.
Salvatore Martino (Pensai)