Non sempre si sceglie per convinzione: a volte si sceglie solo per andare avanti
16 GENNAIO 2026
Non so bene quando è cominciata questa sensazione. So che oggi era lì di nuovo. Era tardi, avevo ancora davanti una cosa da chiudere, e invece mi sono fermato. Non perché non sapessi cosa fare, ma perché sapevo che scegliere in quel momento mi avrebbe solo fatto guadagnare tempo. E non ne avevo più voglia.
Nel mondo reale si decide continuamente. Si decide anche quando si dice di non farlo. Il punto è che molte di queste decisioni non sono vere decisioni. Sono sistemazioni temporanee. Servono a tenere insieme le cose ancora un po’, a non far saltare niente, a non dover spiegare troppo. Funzionano. Per un po’. Poi tornano. Tornano sempre.
Non credo che il problema sia la mancanza di soluzioni. Anzi, spesso ce ne sono troppe. Il problema è che alcune sembrano buone solo perché ci permettono di andare avanti senza fermarci davvero. Senza guardare cosa stiamo lasciando indietro. Senza chiederci che tipo di problema stiamo scegliendo di portarci dietro.
Mi accorgo che spesso scegliamo per stanchezza. Non per convinzione. Si prende l’opzione che fa meno attrito, quella che non mette nessuno troppo in difficoltà, quella che si può spiegare in fretta. La si chiama pragmatismo. A volte lo è. Altre volte è solo un modo elegante per dire che non abbiamo più energie per reggere una scelta scomoda.
La cosa che mi pesa di più non è sbagliare. È quando mi dico che non c’erano alternative, sapendo che non è vero. Le alternative c’erano. Solo che costavano di più. Costavano tempo, spiegazioni, conflitto. Costavano il rischio di restare un po’ soli.
C’è un momento, quando stai decidendo, in cui lo senti. Non è un pensiero chiaro. È una specie di vuoto leggero. Come se stessi firmando qualcosa che non ti rappresenta fino in fondo. Non è paura. Non è dubbio. È quella sensazione lì. E se la ignori abbastanza volte, diventa abitudine.
Per molto tempo ho pensato che decidere volesse dire trovare la soluzione giusta. Ora mi sembra più onesto dire che decidere, spesso, significa togliere. Togliere opzioni che sembrano buone ma che sai già che ti riporteranno nello stesso punto più avanti. Togliere cose che funzionano solo perché non chiedono troppo adesso.
Quando togli, resti con meno scelte. A volte con una sola. Ed è quasi sempre quella che non hai voglia di raccontare, perché non suona bene, perché non consola, perché non promette niente. Però regge. O almeno ha una possibilità di reggere. E a volte questa possibilità è tutto quello che hai.
Non so se questo modo di guardare le decisioni serva a qualcosa. So che mi evita, qualche volta, di raccontarmi storie comode. E non è poco. Perché alla fine non è tanto una questione di scegliere bene. È una questione di non fare finta di non sapere.
Forse è per questo che continuo a pensarci.