Non c’è nessun collegamento.
Non perché manchi qualcosa.
Ma perché non tutto deve essere indicato.
Siamo abituati a essere accompagnati.
Qualcuno che spiega, qualcuno che rimanda, qualcuno che dice “vai lì”.
Come se senza una direzione esplicita non fossimo in grado di reggere il passo.
Qui no.
Qui l’assenza non è una dimenticanza.
È una scelta precisa.
Se stai cercando dove andare dopo,
se senti che manca il pezzo successivo,
forse non è il testo a essere incompleto.
Forse stai ancora aspettando che qualcuno ti prenda per mano.
Le connessioni che contano non vengono offerte.
Non arrivano con un invito.
Non si annunciano.
Si tengono in piedi da sole.
Oppure non tengono affatto.
Un collegamento esplicito rende tutto più facile.
E rendendo tutto più facile, spesso rende anche tutto più leggero del dovuto.
Qui non si alleggerisce nulla.
Non c’è un percorso.
Non c’è una direzione suggerita.
C’è solo una posizione.
Chi riconosce non chiede.
Chi capisce non ha bisogno di essere guidato.
Chi deve collegare… lo fa. In silenzio.
Gli altri passano oltre.
Ed è normale.
Questo non è un rifiuto.
Non è nemmeno una provocazione.
È un filtro, niente di più.
In un tempo che spiega tutto,
che rassicura sempre,
che teme il vuoto più dell’errore,
scegliere di non indicare nulla è un atto scomodo.
Disturba perché non consola.
Mette a disagio perché non assolve.
Qui non c’è niente da seguire.
Se qualcosa tiene, lo sentirai.
Se non tiene, non è nascosto.
Semplicemente, non è tuo.
Salvatore Martino

