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“Kultura” con la K: la disfatta della cultura vera

“Kultura” con la K: l’ultima pernacchia alla cultura (quella vera)

Una volta c’erano i Festival di Filosofia. Quelli veri. Le sedie scomode, le domande difficili, i silenzi imbarazzanti quando non capivi. Ora? Ora c’è “Kultura™”. Con la K, sì. Perché fa più cool, fa più engagement, fa più “guarda quanto sono profondo mentre ti spiego Nietzsche in un reel da 9 secondi con le emoji”.

Benvenuti nell’era della cultura liquida, evaporata, compressa. Una cultura che non cerca di capire, ma di apparire. Che non fa pensare: fa share. L’importante è che non superi i 280 caratteri, sennò nessuno legge.

Il nuovo dizionario dei finti intellettuali

Scrivere “Kultura” è diventato un gesto. Non uno sbaglio. Una strategia.
Vuoi parlare di arte concettuale mentre balli con un Negroni in mano? Scrivilo con la K.
Vuoi lanciare un evento pseudo-filosofico in un ex garage con DJ serbo e luci strobo? Chiamalo “Kultura Notturna”.
Hai letto tre post su Schopenhauer e ti senti pronto per pontificare? La K ti sdogana.

È la nuova laurea breve. Niente tasse universitarie, solo una felpa con stampa vintage e un feed curato.

I festival dell’apparenza

Apri il programma di qualsiasi festival “culturale” in giro per l’Italia. Titoli così:

  • “Esistenze ibride e ramen letterario”

  • “La Kultura che verrà (forse)”

  • “Scritture oracolari e biscotti della fortuna”

Poi leggi i contenuti: laboratori di “scrittura viscerale” (tradotto: stream of consciousness condito da selfie), performance poetiche con sottofondo trap, conferenze su Derrida tenute da uno con le orecchie da elfo.

Tutti parlano. Nessuno ascolta.
Tutti postano. Nessuno riflette.
C’è più coda per la foto con l’ospite TikToker che per il libro firmato. E il libro, comunque, nessuno lo legge.

Cultura vera? Cercasi (meglio se nei bassifondi)

Nel frattempo, fuori dai riflettori, la cultura vera arranca. Quella che scompiglia, che non consola, che non ti dice quello che vuoi sentirti dire. Le librerie chiudono. I professori fanno la fame. I teatri restano vuoti. E nei cinema ancora “Il Gladiatore”, perché si sa: panem et popcorn.

La poesia è diventata un post. Il libro un gadget. La filosofia una t-shirt in saldo.

E la Cultura – quella con la C maiuscola – si rifugia nei sottoscala, tra chi legge per capire, non per sembrare. Niente lucine, niente hashtag. Solo fatica, bellezza e qualche dubbio sano.

Una lettera, una disfatta

La “K” è il simbolo perfetto della nostra epoca: sembra una provocazione, è solo un vezzo.
Vuole sembrare rottura, ma non rompe nulla. È ribellione da supermercato. Punk per chi ha paura del silenzio.

Siamo diventati esperti nel giocare a fare gli intellettuali da tastiera. Ma il sapere vero, quello che non ti fa dormire la notte, quello che ti cambia la pelle… quello vive altrove.
E spesso tace.

OfflineMind ci chiama: spegniamo il Wi-Fi, riaccendiamo la testa.

E magari, da domani, torniamo a scriverla con la C. Anche se non fa trend.

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