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Made in Italy armi e ipocrisia italiana

Il Made in Italy che non ci piace

La favoletta dell’eccellenza

Ogni volta che ti nominano il “Made in Italy” ti riempiono la testa di cazziate retoriche: moda, vino, arte, cibo. L’Italia della cartolina. Ma dietro questa facciata c’è l’altra metà della mela, marcia: bombe, missili, elicotteri, droni. Tutto con lo stesso timbro tricolore. Una merda marchiata di rosso, bianco e verde.

Dal porto alle macerie

Nei porti di Sardegna e Sicilia non si caricano solo turisti e arance. Di notte, silenzio e camion. Dentro ai container, non botti di vino o cassette di limoni: esplosivi, ordigni, parti di aerei da guerra. Destinazione? Gaza, Arabia Saudita, Qatar. E quando vediamo in tv palazzi sbriciolati e bambini tirati fuori dalle macerie, non raccontiamoci favole: là dentro c’è anche un pezzo di Italia.

Difesa un cazzo

Ci raccontano che è per la “difesa nazionale”. Ma difesa da chi? Da Andorra, San Marino o dalla Città del Vaticano? Perché se ci attacca una potenza vera, con tutti i miliardi buttati in armi resistiamo sì e no tre minuti. Tre. E nel frattempo quei miliardi vengono segati alla sanità, alle scuole, al welfare. È come comprare un carro armato nuovo mentre in ospedale ti mancano le barelle. Complimenti al cazzo.

I numeri non mentono

Il Sipri ha certificato che le esportazioni italiane di armi nel 2020–2024 sono aumentate del 138% rispetto al quinquennio precedente. Siamo saliti dal decimo al sesto posto tra gli Stati esportatori mondiali. (Fonte: ilfattoquotidiano.it, 10 marzo 2025).
Tradotto: più bombe vendiamo, più saliamo in classifica. Una medaglia al disonore.

Il rapporto di Mediobanca chiarisce: il 56% dell’export va a Paesi UE/NATO, ma il restante 44% finisce altrove. Non sempre democrazie cristalline: Qatar, Egitto, Turchia.
Quindi non raccontiamoci la favola che armiamo solo “gli alleati”. Armiamo chi paga. Punto.

L’ipocrisia Israele–Italia

La relazione del governo al Parlamento (marzo 2024) ha detto che non sono state autorizzate nuove esportazioni di armi verso Israele “a causa dell’intervento militare a Gaza”. (Fonte: pagellapolitica.it).
Ma intanto, nello stesso anno, oltre il 20% delle armi importate dall’Italia arrivava da Israele. Quindi: non esportiamo, ma compriamo. L’ipocrisia a livelli da barzelletta.

La legge tradita

La Legge 185/90 vieta l’export di armi verso Paesi in guerra o che violano i diritti umani. Ma nei fatti continuiamo a vendere a Qatar, Egitto, Kuwait, Turchia, Israele. (Fonte: editorialedomani.it).
Rete Pace Disarmo ha denunciato più volte che la legge è stata svuotata, ridotta a carta igienica per accontentare i mercanti d’armi. (Fonte: retepacedisarmo.org).

La presa per il culo della “sicurezza”

Secondo Greenpeace, in dieci anni la spesa militare italiana è aumentata del 30%. E nello stesso tempo i fondi per scuole, ospedali e welfare sono rimasti stagnanti. (Fonte: greenpeace.org).
Questa è la vera sicurezza che ci vendono: meno ospedali, più carri armati. Meno insegnanti, più droni. E il popolo, intontito, applaude.

Gaza come specchio

A Gaza si vede la realtà: bambini morti, madri urlanti, ospedali polverizzati. E in quelle esplosioni c’è anche il nostro marchio. Portuali a Genova e Ravenna lo hanno capito, bloccando carichi diretti verso Israele: “Non vogliamo essere complici”. (Fonte: peoplesworld.org).
Eppure lo Stato continua a far partire le spedizioni. Un Paese che lascia ai lavoratori portuali il compito di fare coscienza al posto delle istituzioni è un Paese alla frutta.

Identità sputtanata

Se il “Made in Italy” diventa sinonimo di armi, allora siamo sputtanati per sempre. Non basta piangere davanti ai morti di Gaza se poi firmiamo contratti che li armano. Non basta vantarsi della Cappella Sistina se nel frattempo sporchiamo il mondo di sangue.

Questo è il Made in Italy che non ci piace: quello che ci rende complici. Quello che toglie soldi a scuole e ospedali per gonfiare i conti delle aziende di guerra. Quello che ci fa salire in classifica tra gli esportatori mondiali di morte.

Non eccellenza, ma merda tricolore.

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