parlamento e bandiere nato e italia

Meloni e Nato: Italia verso il 5% del PIL in armi

Meloni, più armi meno dubbi: l’Italia si arruola nella Nato a tempo pieno


Cinque percento del PIL in spese militari, via libera condizionato alle basi USA contro l’Iran, fedeltà incrollabile a Israele. E la sicurezza diventa una fede.

Roma, giugno 2025 – Dicono che la guerra cominci con le parole. E allora ascoltiamole bene, quelle uscite dalla bocca della premier alla vigilia del vertice Nato dell’Aja: più spese militari, nessun tabù sull’uso delle basi italiane da parte degli Stati Uniti in caso di attacco all’Iran, sostegno pieno (ma con garbo) a Israele. Tutto in nome della sicurezza. Ma quella vera o quella raccontata?

La nuova economia della difesa: più armi, più debito, più obbedienza

“Rispetteremo l’impegno del 5% del PIL”. Lo dice Giorgia Meloni in Parlamento, come se stesse parlando di una semplice voce di bilancio. Peccato che si tratti di decine di miliardi in più destinati alla macchina bellica, in un Paese che fatica ancora a garantire sanità, scuola e trasporti.

E i soldi? Li chiederemo a Bruxelles, sotto forma di “flessibilità sul Patto di Stabilità”. Tradotto: più spesa militare, più deficit, meno spazio per tutto il resto. Ma va bene così, ci dicono, perché “non possiamo permetterci di essere indifesi”. Difesi da chi, esattamente? E soprattutto: chi ha deciso che questo è il modo giusto per difendersi?

Iran: la base è pronta. Ma decide il Parlamento (forse)

Il passaggio più ambiguo riguarda l’Iran. Alla domanda se l’Italia permetterà l’uso delle sue basi militari per un eventuale attacco USA, la risposta è un capolavoro di diplomazia opaca: “La decisione sarà politica e spetterà al Parlamento”. Un modo elegante per non dire né sì né no. Ma intanto il terreno viene preparato.

Nel frattempo, si agita lo spettro nucleare: “Molto pericoloso che Teheran arrivi alla bomba”, ammonisce la premier. “Serve un’intesa sul solo uso civile”. Lo dice mentre firma patti di ferro con Paesi che di nucleare civile hanno ben poco.

Gaza, Israele e i limiti della coerenza

Poi c’è Gaza. E qui, come sempre, si cammina sulle uova. Meloni condanna “le forme drammatiche” della risposta israeliana, ma ribadisce: Israele non si tocca. Nessuna rottura, nessuna sanzione, nessun ripensamento. L’unico errore, secondo la premier, sarebbe isolarlo. Esattamente ciò che Hamas, dice, desidera.

La linea resta quella delle cartoline ONU: due popoli, due Stati. Ma nel mezzo ci sono ostaggi, bombe, fondamentalismi, e una Striscia da ricostruire dove l’Italia è pronta a fare la sua parte. A patto, ovviamente, che Hamas sparisca dalla mappa politica.

Sicurezza a senso unico?

Resta però la domanda delle domande, quella che molti preferiscono non fare per non disturbare il manovratore: siamo davvero più sicuri con più armi, più basi e più conflitti in potenza? O stiamo solo costruendo una nuova forma di sottomissione mascherata da autodifesa?

L’Italia si prepara a una lunga marcia nel club dei Paesi armati fino ai denti. Con la retorica del “non possiamo restare indietro” a coprire ogni dissenso. E intanto, tra una spesa militare e un decreto, c’è chi comincia a domandarsi se stiamo difendendo qualcosa… o perdendo tutto il resto.

OfflineMind – Pensare, dubitare, disturbare il pensiero unico.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *