bocca della verita imbrattata

Verità e menzogna nella politica estera 2025

Politica estera 2025: mentire, manipolare, dominare

Dalla diplomazia all’arte del discredito: nel teatro globale del potere, la bugia non è più l’eccezione. È la regola.

24 giugno 2025 – Il mondo intero

Chi lo ha detto che la politica internazionale è il regno della trasparenza e della cooperazione? Forse nei manuali di diritto internazionale. Nella realtà, quella fatta di crisi, summit e dichiarazioni ufficiali, oggi vince chi distorce meglio. La verità? Un lusso. O peggio: un intralcio.

Le relazioni tra Stati somigliano sempre più a una gigantesca partita a scacchi truccata, dove ogni mossa è accompagnata da una narrazione strategica, e la menzogna è diventata uno strumento diplomatico perfettamente accettato. Anzi, in certi ambienti, è quasi ammirata.

Diplomaticamente falso

Non è certo una novità: l’arte della dissimulazione fa parte della politica da sempre. Ma negli ultimi anni è cambiato qualcosa. Non siamo più davanti a eccezioni, ma a una pratica sistemica.

Gli esempi si sprecano: l’invasione dell’Ucraina ribattezzata “operazione speciale” da Mosca; i massacri in Myanmar ridotti a “visioni parziali” nei comunicati ufficiali; la censura cinese giustificata come “strumento di armonia sociale”. La lingua si piega, si torce, si spezza. Ma serve. Serve a riscrivere i fatti.

E non si tratta solo di parole. Dietro ogni frase edulcorata si nasconde un’azione brutale, una scelta precisa, un calcolo freddo. Non è più il linguaggio a riflettere la realtà. È la realtà che viene forgiata dal linguaggio.

Il caso Iran-USA: prove, omissioni e silenzi

L’attacco statunitense all’Iran – ufficialmente per scongiurare una minaccia nucleare “imminente” – ha lasciato dietro di sé una nube di domande. Le prove? Classificate. Le fonti? Coperte. L’urgenza? Da verificare. Ma i missili sono partiti lo stesso.

Nel frattempo, le dichiarazioni si inseguono, si contraddicono, si annullano a vicenda. Washington parla di “intelligence solida”, Teheran urla alla provocazione. L’Europa osserva, divisa. E i media oscillano tra il racconto istituzionale e le inchieste fuori asse, spesso ignorate o demonizzate.

La verità? Smarrita tra una smentita e l’altra. Ma una cosa è certa: qualcuno, da qualche parte, sta mentendo. E non è solo uno.

Deepfake, social e il tramonto della credibilità

A peggiorare il quadro c’è la rivoluzione digitale. I social sono diventati terreno di battaglia, i deepfake un’arma tattica, i post virali l’equivalente di un comunicato stampa.

TikTok ospita dichiarazioni politiche mascherate da “dietro le quinte”; X (ex Twitter) è diventato il canale preferito per minacce diplomatiche e annunci shock; su Facebook, le crisi internazionali vengono normalizzate in slideshow sponsorizzati.

Il tempo medio di vita di una notizia? Quello di un like. Poi arriva qualcos’altro. Una polemica nuova. Un meme più accattivante. Una tragedia più fotogenica.

Verso dove stiamo andando?

Qualcuno, nei circoli accademici e nelle ONG, propone di creare un “tribunale internazionale della verità”, o almeno una carta etica per la comunicazione tra Stati. Ma chi dovrebbe farla rispettare? E soprattutto: a chi converrebbe davvero?

Finché la menzogna si rivelerà più efficace della trasparenza, più redditizia della cooperazione e più rapida della giustizia, il baratro si avvicina. Lentamente. O forse no: forse ci siamo già dentro.

E allora non resta che una domanda, semplice e brutale: quanto vale ancora la verità, nel mondo che stiamo costruendo?

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