Ordine dei Giornalisti: la tessera che decide se sei “uno di loro”

Ho un amico che scrive da vent’anni. Ha viaggiato in zone di guerra, intervistato persone che non parlavano la sua lingua, raccontato storie che nessun altro aveva il coraggio di toccare. Eppure, in Italia, non è “giornalista”. Non perché non sappia fare il suo mestiere, ma perché non ha il tesserino dell’Ordine.
In un Paese normale, il giornalismo è ciò che fai. Qui, invece, è ciò che un organismo statale ti autorizza a fare.
Una radice che non abbiamo mai estirpato
La storia parte male. Era il 1925, e al fascismo non bastava censurare: voleva controllare chi poteva scrivere. Così nacque un albo dei giornalisti, con tanto di filtro politico. Dopo la guerra, invece di dire “mai più”, abbiamo semplicemente cambiato il regolamento e tolto la camicia nera. Nel 1963 la Legge 69 ha dato all’Ordine un abito nuovo, ma sotto c’era sempre la stessa ossatura: decidere chi è “giornalista” e chi no.
Libertà con il lucchetto
La Costituzione ti dice che la stampa è libera. Poi arriva la legge e ti ricorda che, per lavorare in una redazione con contratto giornalistico, serve la tessera. Puoi scrivere su un blog, certo. Puoi fare video, inchieste, reportage. Ma se vuoi farlo di mestiere, con riconoscimento formale, c’è un cancello e qualcuno con le chiavi.
E il bello è che molti non vedono il problema, perché “tanto è sempre stato così”.
Fuori dai nostri confini, un’altra storia
In Germania, Svezia, Australia, Stati Uniti, non c’è bisogno di iscriversi a un albo per fare il giornalista. Lì la qualità dell’informazione si difende con codici etici, associazioni volontarie e il giudizio del pubblico.
Lì, non è lo Stato a dire se puoi raccontare una storia: è la tua credibilità, la tua reputazione, il lavoro che fai ogni giorno.
Un potere silenzioso
A chi serve davvero l’Ordine? Ai cittadini, per avere notizie più affidabili? O a chi vuole tenere un registro degli “autorizzati” a informare?
Perché se il tuo diritto a raccontare dipende da una tessera, non sei più libero al cento per cento. E questo, in un mestiere che dovrebbe vivere di indipendenza, è un problema enorme.
L’anomalia che sopravvive
Organismi internazionali, come l’OSCE, hanno detto più volte che il nostro sistema è unico e problematico. Ma qui non cambia mai nulla. Forse perché, sotto sotto, a chi ha il potere fa comodo sapere chi scrive cosa.
Il giornalismo, invece, dovrebbe essere scomodo. Dovrebbe mordere, non chiedere il permesso.
OfflineMind
Un tesserino non fa un giornalista, così come una patente non fa un buon guidatore. Il giornalismo è fatto di occhi aperti, schiena dritta e parole che pesano. Il resto è solo un modo elegante per tenere qualcuno fuori.