Diritto secolare e ipocrisia internazionale
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Diritto secolare e ipocrisia internazionale

 

Il diritto secolare: quando la Storia diventa un’arma

Illustrazione con bandiere di Israele e Stati Uniti, figura armata e capo nativo americano
Rappresentazione simbolica che accosta le bandiere di Israele e Stati Uniti a figure armate e a un capo nativo americano, riflettendo su colonialismo e resistenza.

Ogni volta che un governo vuole giustificare l’ingiustificabile, la ricetta è sempre la stessa: si prende un pezzo di Storia, lo si isola dal contesto, lo si lucida finché brilla e lo si brandisce come un titolo di proprietà. È successo con le crociate, con gli imperi europei, e oggi accade con la rivendicazione israeliana sulla Palestina.

Israele parla di diritto storico millenario. L’argomento è semplice quanto spietato: “Noi eravamo qui prima di voi”. Poco importa che siano passati secoli, che popoli e imperi si siano alternati, che la geografia politica sia stata ridisegnata decine di volte. Il legame biblico, la memoria collettiva, la diaspora e il trauma dell’Olocausto diventano la cornice morale dentro cui inserire una realtà molto più cruda: il possesso militare e politico di una terra abitata da altri.

Se applicassimo la stessa logica altrove, il mondo andrebbe riscritto da zero. Gli Stati Uniti dovrebbero restituire l’intero continente ai Nativi Americani. L’Australia tornerebbe agli Aborigeni. Il Sudafrica agli Zulu e ai Khoisan. Ma no: lì la storia antica non vale. Vale solo dove serve a giustificare chi ha più potere, più armi, più appoggi internazionali.

Il diritto internazionale non funziona così. Non c’è un “articolo magico” che dica: se i tuoi antenati hanno messo piede qui duemila anni fa, puoi rivendicare la terra oggi. Ci sono trattati, autodeterminazione dei popoli, confini concordati. Eppure, nel caso israeliano, si fa un’eccezione. Perché? Perché le alleanze militari e strategiche pesano più di qualunque principio.

E qui entra in gioco l’ipocrisia. Gli stessi governi occidentali che parlano di “ordine internazionale basato sulle regole” chiudono un occhio (anzi due) quando le regole non convengono. La “memoria storica” diventa selettiva, usata come manganello politico contro i deboli e come scudo protettivo per i forti.

La Palestina di oggi è una mappa a brandelli: territori frammentati, checkpoint, colonie che si allargano come metastasi, e una popolazione prigioniera di un conflitto che non ha scelto. Ma la narrazione ufficiale dirà sempre che “storicamente” tutto questo è legittimo.
Non è molto diverso da ciò che dicevano i coloni europei nelle Americhe: “Questa terra è nostra per diritto divino e per destino manifesto”. Un destino, guarda caso, sempre scritto da chi vince.

E i complici?

Gli Stati Uniti garantiscono miliardi di dollari ogni anno a Israele in aiuti militari, blindando l’occupazione dietro il paravento della “sicurezza”. L’Unione Europea, con il suo linguaggio diplomatico zuccherato, condanna a parole ma commercia senza problemi, fornendo tecnologia e rapporti economici. L’ONU? Ridotta a un teatro di dichiarazioni senza peso, dove risoluzioni e diritti umani finiscono nel cestino appena disturbano i rapporti di forza.

Se un piccolo Stato africano, asiatico o latinoamericano facesse quello che fa Israele, sarebbe già sotto sanzioni, bombardato o trasformato in “stato canaglia” nei notiziari. Ma quando a violare il diritto internazionale è un alleato strategico dell’Occidente, allora si invoca la “complessità della situazione” e si lascia passare tutto.

La verità è che la bandiera del “diritto secolare” è solo una stoffa logora per coprire l’odore rancido del colonialismo del XXI secolo. E la comunità internazionale, invece di strapparla, la regge per non far vedere il sangue che cola sotto.

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