Retromarcia globale sull’energia pulita: tra slogan e realtà politica
Tra obiettivi net-zero e vincoli politici: la transizione entra nella fase della frizione.
Rischio.

Retromarcia globale sull’energia pulita: tra slogan e realtà politica

Per un anno abbiamo ripetuto “net-zero” come fosse una password. Funzionava: dava ordine al caos, metteva insieme clima e crescita, prometteva un percorso. Poi è arrivata la politica vera. Quella che guarda i prezzi, il consenso e i tempi amministrativi che non cambiano con uno slogan.

In Europa la frattura si vede: più sicurezza, più nucleare, meno linearità sulle rinnovabili. La Francia, per dire, ha rivisto la strategia energetica riducendo alcuni obiettivi su solare ed eolico e spingendo sul nucleare, e lo fa per decreto, senza passare dal voto. Non è solo un dettaglio procedurale: è il segno che la transizione è entrata nel terreno scivoloso della legittimazione.

Intanto il “rumore sociale” cresce. Le proteste agricole in vari Paesi europei non parlano sempre di clima, ma parlano di costi, regole, importazioni, sussidi. E quando quel conflitto si incrocia con misure ambientali, la percezione è rapida: “ce lo state facendo pagare voi”. In Grecia, per esempio, migliaia di agricoltori sono arrivati ad Atene con i trattori per chiedere misure su costi e sostegni.
Questa spinta, che alcuni analisti chiamano greenlash, ha già prodotto diluizioni e riposizionamenti in parti dell’agenda climatica europea.

Negli Stati Uniti c’è un’altra parola che mette insieme promessa e blocco: permitting. Puoi anche incentivare il pulito, ma se non autorizzi reti, impianti e infrastrutture, tutto si incastra. Senza procedure più veloci arrivano costi e ritardi a cascata. È quasi banale, ma non lo trattiamo come tale.

E poi ci sono le COP. Dopo COP28 sembrava che il linguaggio sui fossili stesse cambiando tono. COP29 ha messo la finanza al centro e ha prodotto un nuovo obiettivo finanziario, ma il nodo del phase-out resta, diciamo, diplomatico.

Questa “retromarcia” non è un ritorno al passato. È un sistema ibrido più caro: continui a sostenere fossili per stabilità e investi nel pulito per non perdere industria e traiettoria. Doppia spesa, doppio conflitto. E ogni stop rende più difficile ripartire, perché il capitale detesta l’ambiguità.

I numeri non dicono che il pulito si sia fermato: gli investimenti globali in tecnologie low-emissions, reti, storage ed efficienza restano enormi. Il problema è la coerenza politica nel tempo. Che è un’altra cosa, e non si compra con un titolo.

Forse il futuro prossimo è una transizione selettiva: proteggere alcune filiere, rallentare alcuni obblighi, cambiare racconto. Forse arriverà uno shock a rimettere tutti in riga. O forse no, e continueremo a spostare in avanti gli obiettivi con motivazioni sempre ragionevoli, una per una. È questo che inquieta un po’: la retromarcia, quando diventa abitudine, somiglia a una forma di governo.

Salvatore Martino per OffLineMind

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