Ustica, 45 anni dopo: la ferita aperta di un Paese senza verità
“Chi ha potuto abbattere un aereo civile in tempo di pace?”
Il dramma del volo Itavia 870, e una domanda che da quarantacinque anni non ha risposta
Italia, 27 giugno 2025.
Era una sera d’estate. Un venerdì. Un volo Bologna–Palermo. Ottantuno persone.
Poi, nel cielo sopra il Tirreno, qualcosa che non doveva accadere.
E da allora, una domanda che brucia da dentro:
Chi ha potuto abbattere un aereo civile in tempo di pace?
Il volo che non arrivò mai
Alle 20:59 di quel 27 giugno 1980, il DC9 dell’Itavia scomparve dai radar. Nessun allarme, nessuna chiamata di emergenza. Solo un punto che si spegne su uno schermo.
Il relitto fu ritrovato giorni dopo, inabissato tra Ponza e Ustica. I corpi – quasi tutti – furono recuperati. Le risposte, invece, no.
Depistaggi, silenzi, omissioni
Itavia 870 è più di un incidente aereo. È un buco nero nella storia d’Italia.
Una storia fatta di fascicoli secretati, testimoni dimenticati, tracce scomparse. E soprattutto: nessun colpevole. Neppure oggi, quarantacinque anni dopo.
“È una delle tragedie più oscure e laceranti che hanno colpito il nostro Paese”, ha detto oggi il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
“La Repubblica non abbandona la ricerca della verità. Ma quella verità sembra non voler venire alla luce”.
L’indagine (di nuovo) archiviata
Diciassette anni di lavoro. 450 pagine. E un’amara conclusione: nessuna prova sufficiente per procedere.
L’ultima inchiesta aperta dalla Procura di Roma si è chiusa con una richiesta di archiviazione.
Ma tra le righe si legge qualcosa di preciso, pesante, terribile: il DC9 fu abbattuto in un contesto di guerra nei cieli.
Una guerra mai dichiarata, in tempo di pace.
“Molti sapevano. Ma hanno scelto di non parlare.”
A dirlo è Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione Parenti delle Vittime.
“Non sappiamo ancora chi ha abbattuto quell’aereo. E i Paesi amici – Francia, Stati Uniti, Inghilterra, Svezia – non hanno collaborato abbastanza”.
Poi una frase che suona come un’accusa sussurrata:
“Molti avevano visto, capito, intuito. Ma non hanno parlato”
Quando la memoria si accende
Oggi, la RAI ha dedicato l’intera giornata alla strage di Ustica: dirette, documentari, teatro, radio.
Nel Museo per la Memoria, 81 lampadine si accendono e si spengono come battiti.
Ogni luce, una persona. Una vita. Un nome.
E tra gli spettacoli, uno dal titolo amarissimo: “Una cosa che non fa ridere”.
La verità non è un lusso
In democrazia, la verità non è un optional. È ossigeno.
Senza giustizia, la memoria diventa solo una commemorazione sterile.
E Ustica, ancora oggi, non è un mistero da risolvere, ma una complicità da smascherare.
Perché il silenzio è un crimine lento, e l’omertà istituzionale ne è l’arma più subdola.
Una domanda che non muore
Non basta dire “non dimentichiamo”.
Occorre ricordare per pretendere, e pretendere per cambiare.
Chi c’era quella notte nei cieli d’Italia? Chi ha premuto il grilletto invisibile?
Chi ha scelto di proteggere il segreto, invece delle 81 vite innocenti?
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Foto d’archivio: Dettaglio del relitto del DC9 Itavia esposto al Museo per la Memoria di Ustica

