Le aziende speculatrici, trasformano le città in vetrine turistiche, lasciando giovani e famiglie senza casa

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In Italia la casa non è più un diritto: è un lusso. E come tutti i lussi, è riservata a chi può permetterselo. Giovani, famiglie e lavoratori precari? Fuori dai centri, ai margini. O, peggio, in eterno ostaggio di un affitto che divora metà dello stipendio.
La retorica politica parla di “rigenerazione urbana” e “attrattività turistica”. Tradotto: rendere le città belle, instagrammabili e inutili per chi ci vive davvero.
Un mercato drogato
I prezzi degli affitti non crescono per magia. Crescono perché conviene. Conviene trasformare un appartamento in un Airbnb, farci entrare turisti per tre giorni a 150 euro a notte, invece di un affittuario che paga 700 euro al mese. Conviene tenerlo sfitto, aspettando che il valore salga. Conviene, persino, tenere le case vuote mentre fuori la gente dorme in auto.
E lo Stato? Guarda. Incassa le tasse sul turismo e tace.
La città-vetrina
Cammini per Firenze, Roma, Milano, Bologna: vedi centri storici tirati a lucido, insegne in inglese, menù tradotti in quattro lingue. Ma se chiedi a un residente dove vive, ti indica un autobus per la periferia.
Il quartiere non è più una comunità: è un set fotografico a disposizione di chi passa, scatta e se ne va. I vicini di casa durano quanto un weekend, le serrande delle botteghe si abbassano per far posto a negozi di souvenir.
La finta emergenza
Si parla di “emergenza abitativa” come se fosse un terremoto improvviso. Ma qui non c’è stata nessuna scossa: c’è stata una scelta. Una serie di leggi e non-leggi che hanno lasciato mano libera alla speculazione. La casa, in Italia, è trattata come un bancomat, non come un bene comune.
Modelli che abbiamo buttato via
Le cooperative edilizie, l’edilizia popolare, il diritto reale all’alloggio: roba vecchia, archiviata negli anni ’80. Eppure erano strumenti che funzionavano. Oggi preferiamo parlare di “housing sociale” – suona più chic – mentre intanto i bandi hanno tempi biblici e le graduatorie servono solo a misurare la disperazione.
Berlino ha imposto un tetto agli affitti. Barcellona limita gli Airbnb. In Italia si discute se sia “giusto limitare la libertà del mercato”. Come se la libertà di uno speculatore valesse più del diritto di migliaia di persone ad avere un tetto.
Un bivio
O si decide che la casa è un diritto, e si mettono regole, limiti e sanzioni, oppure ci si rassegna a vivere in città-museo svuotate della loro vita vera.
E quando l’ultimo residente se ne sarà andato, capiremo che le cartoline non scaldano d’inverno e che un quartiere senza comunità è solo un guscio vuoto.
E alla fine il problema non è che non ci siano case.
Ce ne sono, eccome. Ma sono per altri.
Per chi può pagare, per chi viene di passaggio, per chi usa la città come un salotto da esibire e non come un posto in cui vivere.
Noi? Siamo diventati comparse, costretti a guardare da fuori la vetrina in cui un tempo eravamo dentro.
E quando una società accetta che la casa diventi merce rara, ha già deciso che il futuro non sarà per tutti.

