geronimo la russa

Geronimo La Russa e il potere di chiamarsi così

Geronimo, il figlio che corre mentre gli altri arrancano


Nel Paese che parla di merito, ma premia l’anagrafe

di  OfflineMind

C’era una volta un ragazzo che sognava di farcela da solo.
Poi ha visto che bastava chiamarsi La Russa.

L’ascesa di Geronimo: fulminea, silenziosa, garantita


Geronimo La Russa, figlio di Ignazio – Presidente del Senato – non ha avuto bisogno di mandare CV, aspettare mail di risposta o fare colloqui con HR svogliati. È bastato il cognome. Ora è presidente dell’ACI, uno degli enti pubblici più ricchi e influenti del Paese.
Stipendio? 230 mila euro l’anno.
Tempismo? Perfetto. Giusto in tempo per l’emendamento infilato nel decreto Infrastrutture che regala all’ACI altri 5 milioni pubblici ogni anno.

Certe fortune hanno la puntualità dei treni svizzeri. Ma solo se tuo padre è in Parlamento.

Non è solo una nomina, è una traiettoria
Geronimo ha 48 anni, è avvocato e ama i motori. Ma non è per questo che entra nel CdA del Piccolo Teatro, non è per questo che siede nella cassaforte dei baby-Berlusconi, e non è per questo che arriva al vertice dell’ACI.
Ci arriva perché il suo nome apre porte che per molti restano chiuse a doppia mandata.

Per chi si sveglia alle sei, studia, sgomita, emigra e aspetta anni per uno stage sottopagato, questa storia ha il sapore amaro dell’inutilità.

La difesa è sempre la stessa: “competenza”

“Non è nepotismo, è merito.” Dicono. Ma il merito, in Italia, assomiglia sempre più a un oggetto smarrito.
Sta scritto nei programmi dei partiti, nei discorsi ufficiali, nei tweet dei ministri. Ma poi, nella pratica, resta un miraggio.
E a ogni nuova nomina che sa di parentela, il divario tra chi ha le spalle coperte e chi ha solo le mani sporche cresce.


Una corsa a cui non tutti possono partecipare

Il Paese reale è un altro.
È fatto di ragazzi che fanno tre lavori per pagarne uno, di madri che tornano a casa stanche e con la spesa contata, di padri che non si sentono più utili.
È fatto di chi ha talento, ma non conoscenze. Di chi ci crede ancora, ma inizia a stancarsi.
E mentre Geronimo sorpassa tutti in corsia preferenziale, noi siamo fermi con le quattro frecce. A guardare.

E allora cosa resta?

Resta la rabbia.
Resta la voglia di mollare.
Resta la sensazione che in questo Paese non basta essere bravi, serva essere “figli di”.
Ma resta anche la consapevolezza che prima o poi il motore si ingolfa. Che le scorciatoie non portano sempre lontano.
E che i figli, anche quelli del potere, dovranno un giorno rispondere a una domanda semplice, ma spietata:
“Se non ti chiamassi così, saresti arrivato qui?”

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