Malaffare profumato e politica dissociata dalla vita reale
Un occhiolino a Sorrentino, un pugno allo stomaco al Palazzo: malaffare profumato e politica dissociata dalla vita vera.
C’è chi l’ha chiamata La grande bellezza, chi la grande abbuffata. Noi, senza profumi sintetici, la chiamiamo
La grande scorreggia. Un odore stantio che aleggia nei corridoi, un gas che non si vede ma ti soffoca, un rumore che nessuno ammette ma tutti sentono. La politica di oggi è questo:
rumorosa nelle conferenze, pestilenziale nelle decisioni, impalpabile quando serve.
Due mondi che non si parlano
Il cittadino fa i conti con affitti che lievitano, spesa che scoppia, sanità che si allontana.
Il politico, invece, fa i conti con liste bloccate, correnti, staff di immagine e passerelle TV.
La distanza non è un’opinione: è un odore che resta sui vestiti di chi torna a casa la sera.
- Lavoro: contratti a tre mesi chiamati “flessibilità”.
- Servizi: numeri verdi che suonano a vuoto, sportelli che chiudono presto.
- Quartieri: buche, autobus fantasma, ambulatori a scartamento ridotto.
Il Paese reale chiede risposte, il Paese di Palazzo offre cornici.
Non è modernità: è scenografia.
Il malaffare come deodorante
Quando scoppia uno scandalo, non arrossisce nessuno. Si cambia filtraggio dell’aria, si apre una finestra alla stampa, si inventa un nuovo simbolo. Appalti truccati, fondazioni di cartone, consulenze gonfiate:
la corruzione non è l’eccezione, è la procedura.
Dissociazione dalla realtà
Nei comunicati si parla di “crescita”, ma in busta paga la crescita non arriva.
Si annunciano “riforme epocali”, ma gli sportelli restano inchiodati al medioevo digitale.
È un Truman Show senza Truman: tanti attori, pochi cittadini in scena.
Non è antipolitica ricordare l’ovvio: una legge che non cambia la vita della gente è un titolo di giornale, non una riforma.
La misura antica che abbiamo dimenticato
C’era una volta la politica come servizio, non come carriera.
Si chiamava misura: parlare poco, lavorare molto, rendere conto.
Le comunità crescevano su parole semplici: decenza, dovere, responsabilità.
Non nostalgia, ma bussola: senza radici, anche l’aria si fa cattiva.
- Decenza: niente incarichi-ombra, niente parenti negli uffici.
- Dovere: bilanci in chiaro, tempi certi, risultati misurabili.
- Responsabilità: se sbagli, ti fermi. E chiedi scusa.
La flatulenza non è destino
La grande scorreggia è un suono lungo, fastidioso, a volte persino comico. Ma non è destino.
L’aria cambia quando cambiano le abitudini di chi la respira: pretendere trasparenza, scegliere competenza, premiare sobrietà, punire furbizie.
Non servono eroi: serve igiene pubblica.
- Leggere gli atti, non i post.
- Chiedere dati, non slogan.
- Valutare i risultati, non i video.
- Ricordare le promesse, non i selfie.
Nota di sana educazione civica
Le parole possono far arrossire, ma sono deodoranti migliori dei comunicati stampa.
Qui non si vende indignazione: si esercita cittadinanza.
Se il Palazzo trattiene il fiato, la città apra le finestre.