Il confine che scegliamo di vedere – OfflineMind

Un video virale, un aereo che non potrebbe mai volare da lì, e una domanda che riguarda tutti noi: perché crediamo a ciò che vediamo, anche quando qualcosa non torna? Una riflessione di Salvatore Martino alla vigilia dell’entrata in applicazione dell’AI Act.

Un istante prima di crederci

Una riflessione di Salvatore Martino

Qualche giorno fa un video ha cominciato a circolare tra amici e conoscenti, di quelli che arrivano su un telefono senza che nessuno li abbia cercati. Si vedeva un Antonov An-225, il gigante che tutti conoscevamo per fama più che per esperienza diretta, staccarsi da terra su una pista che sembrava troppo corta persino per un aereo di linea qualunque. Saba, un’isola dei Caraibi con un aeroporto famoso proprio per la brevità della sua pista, meno di quattrocento metri, pensata per piccoli velivoli e per piloti che la conoscono a memoria. Eppure lì, in quel video, il colosso saliva in cielo con una leggerezza che non gli apparteneva.

Non mi sono chiesto subito se fosse vero. Mi sono chiesto perché, per una frazione di secondo, avessi voluto crederci.

Il momento prima del giudizio

È questa la parte che mi interessa raccontare, non l’aereo, non la pista, non la tecnica che ha reso possibile quell’immagine. Mi interessa quello che succede un attimo prima del giudizio, quando l’occhio ha già visto e la mente non ha ancora deciso. In quello spazio minuscolo, che dura meno di un respiro, si gioca qualcosa che riguarda tutti noi, non solo chi guarda video sui social la sera prima di addormentarsi.

Ho notato che le persone si dividono, di fronte a queste immagini, quasi per temperamento più che per competenza. C’è chi dubita per natura, chi ha imparato a farlo con fatica, e chi invece si affida a un’impressione di verosimiglianza che considera sufficiente. Non è una questione di intelligenza, l’ho visto troppe volte per pensarlo ancora. È una questione di abitudine a fermarsi.

Chi si ferma un istante in più, spesso, si accorge di qualcosa che non torna. Chi non si ferma, prosegue, condivide, commenta, e la fiducia si sposta senza che nessuno l’abbia davvero concessa.

Ciò che è cambiato non è il mondo

Per molti anni ho pensato che il problema della tecnologia fosse la sua capacità di ingannare. Oggi penso il contrario. Il problema non è che l’immagine inganni, il problema è che noi, di fronte a un’immagine perfetta, tendiamo a smettere di interrogarla. L’inganno esiste da sempre, nella pittura, nella fotografia ritoccata, nel montaggio cinematografico. Quello che cambia adesso è la velocità con cui l’inganno raggiunge la soglia della nostra attenzione, e la facilità con cui quella soglia viene superata senza che ce ne accorgiamo.

L’intelligenza artificiale non ha inventato la menzogna visiva. Ha reso più sottile la differenza tra ciò che è accaduto e ciò che sembra plausibile che sia accaduto. E qui, credo, si nasconde la vera trasformazione: non è cambiato il mondo, è cambiato il rapporto tra ciò che vediamo e ciò che siamo disposti a considerare prova. Un tempo un video era quasi automaticamente una testimonianza. Oggi un video è un’ipotesi che va verificata, e questo richiede uno sforzo che non tutti sono disposti a fare, specialmente quando l’immagine conferma quello che già ci aspettavamo di vedere.

Profilo di un uomo pensieroso accanto a un volto metà umano e metà intelligenza artificiale, con un faro e la bandiera dell'Unione Europea sullo sfondo, simbolo del podcast PENSAI sul pensiero consapevole e l'AI Act 2026
PENSAI, il podcast del pensiero consapevole: la tecnologia non è il problema, la delega del pensiero.

Regole che arrivano dopo

Mi sono ritrovato a pensare a questo proprio mentre l’Unione Europea si prepara a rendere pienamente applicabile, dal due agosto duemilaventisei, il proprio regolamento sull’intelligenza artificiale. Non voglio trasformare queste righe in un commento normativo, non è il mio mestiere né il mio interesse in questo momento. Ma trovo significativo che una società intera abbia sentito il bisogno di scrivere regole proprio adesso, come se avvertisse, collettivamente, che il vecchio equilibrio tra vedere e credere non regge più da solo. Le norme arrivano quasi sempre dopo che qualcosa nella vita quotidiana ha già smesso di funzionare come prima.

C’è chi in questi mesi ha cominciato a parlare di strumenti pensati non per generare contenuti ma per aiutare le persone a leggerli con più consapevolezza, progetti come PENSAI che nascono proprio da questa domanda: come si allena un giudizio, non come si produce un’immagine. Non è una novità tecnologica che voglio segnalare, è piuttosto la conferma di un pensiero che stava già maturando, quasi indipendentemente dagli strumenti: prima o poi qualcuno avrebbe dovuto occuparsi non tanto di ciò che le macchine sanno fare, ma di ciò che noi rischiamo di smettere di fare.

La responsabilità resta dove è sempre stata

Perché la responsabilità, alla fine, resta dove è sempre stata. Una macchina può produrre un’immagine convincente di un aereo che non potrebbe mai decollare da quella pista. Ma è una persona a decidere se fermarsi a controllare, o se lasciarsi portare dalla comodità di credere. Nessuna regola, per quanto scritta bene, può sostituire quell’istante di sospensione in cui scegliamo cosa considerare vero.

Mi chiedo, più che altro, se saremo ancora capaci, tra qualche anno, di riconoscere quell’istante quando arriva. O se avremo semplicemente smesso di cercarlo.

Salvatore Martino
ps:

Questo è il video che citavo