Il potere che divide: paura e nemici

Smontare il trucco più vecchio della politica: la paura

Il solito trucco di merda

Chi comanda lo sa da sempre: senza un nemico, il potere vacilla. È la benzina del comando, il collante che tiene insieme masse sfinite e governi traballanti. Un trucco così vecchio che dovrebbe aver stancato, e invece no. Nel 2025 è più vivo che mai.

Ogni giorno ci servono una minaccia calda di forno: il migrante che “invade”, il giudice che “rema contro”, il giornalista che “disturba”, l’Europa che “ci tradisce”. È teatro puro, ma funziona perché la paura non richiede prove, solo reazioni.

Italia: il paese dei capri espiatori

Guardiamo a casa nostra. Economia stagnante, ospedali allo sfascio, servizi pubblici ridotti a elemosina. Eppure il dibattito ruota sempre su altro. Perché? Perché qualcuno ha deciso che il vero problema sono “loro”: quelli che arrivano col barcone, quelli di Bruxelles, quelli che osano fare domande.

Così, mentre ti parlano di emergenza continua, i veri disastri — corruzione, tagli, precarietà — scivolano in secondo piano. Un trucco da prestigiatore: ti fanno fissare la mano che agita il drappo rosso, e intanto con l’altra svuotano la cassa.

Dittature e quasi-dittature: cambia il vestito, non il manuale

Andiamo oltre confine. In Russia, Putin campa di nemici esterni: l’Occidente decadente, la NATO che avanza, il dissidente che “mina la patria”. In Cina, Xi Jinping ha sempre pronto il “pericolo straniero” e la minoranza interna da schiacciare. Erdoğan in Turchia e Orbán in Ungheria replicano la stessa formula: giornalisti zittiti, oppositori criminalizzati, nemici inventati per giustificare repressione e controllo.

E in Occidente? Non pensiamo di essere al sicuro. Negli Stati Uniti, ogni elezione è dipinta come una guerra civile imminente. In Europa, dal fronte populista francese a quello olandese, il consenso si costruisce indicando bersagli facili: i poveri, gli stranieri, i “diversi”. Cambiano i nomi, non la sostanza.

Social: la macchina del fango perfetta

Una volta servivano giornali di partito, televisioni asservite, comizi infuocati. Oggi basta uno smartphone. I social hanno reso la propaganda un’arma di distruzione quotidiana.

Un nemico diventa un hashtag, un volto da ridicolizzare in un meme, un video manipolato che gira senza sosta. Gli algoritmi non premiano la verità, premiano l’odio: più urli, più vieni ascoltato. Più dividi, più guadagni visibilità.

E i leader lo hanno capito meglio di chiunque altro. Dirette incendiarie, tweet pensati per far scoppiare la rissa, post velenosi per attivare le tifoserie. Così bypassano giornalisti, esperti, ogni mediazione. Resti solo tu davanti allo schermo e loro che ti urlano nell’orecchio: “Ecco il nemico, eccolo lì!”.

Il risultato? Una società trasformata in curva da stadio, dove non esistono sfumature, solo “noi” contro “loro”. E la cosa più inquietante è che quel nemico, magari inesistente, diventa reale nella testa di milioni di persone.

Perché la paura resta la regina

Perché funziona ancora? Semplice. Perché la paura è veloce, diretta, non ha bisogno di ragionamenti.

  • Ti fa accettare leggi liberticide “per il tuo bene”.
  • Ti distrae dai fallimenti quotidiani del potere.
  • Ti fa sentire parte di un branco, finalmente “protetto”.
  • Ti mette il bavaglio: se critichi, sei un traditore.

È il trucco più efficace: trasformare cittadini liberi in sudditi spaventati.

Il prezzo che paghiamo

E intanto il conto cresce. Polarizzazione totale: famiglie divise, amicizie bruciate, comunità spaccate in due. Sfida istituzionale: sempre meno fiducia nei governi, sempre più cinismo e astensione. E sullo sfondo, un incubo che si materializza piano piano: le democrazie che si spengono senza colpo ferire, sostituite da regimi “soft” che usano la paura come anestetico.

Contro la paura: resilienza e coraggio civile

E allora? Arrendersi? Nemmeno per sogno. La paura è l’arma del potere, ma solo se la accetti. L’alternativa c’è: resilienza. Non farsi piegare dalle narrazioni tossiche, non lasciarsi trascinare nel teatrino del “noi contro loro”. Allenarsi al dubbio, pretendere prove, sputare in faccia alle bugie.

E poi serve coraggio civile. Quello vero. Non solo nelle piazze, ma nelle scelte quotidiane. Dire no quando tutti tacciono. Difendere la libertà di parola anche di chi non sopporti. Chiedere trasparenza quando regna l’omertà.

Il potere vuole spettatori passivi, non cittadini attivi. Sta a noi decidere se stare seduti davanti al loro spettacolo o alzarci e dire basta.

Perché il nemico non è fuori. Il nemico, troppo spesso, è il meccanismo stesso del potere. E l’unico modo per spezzarlo è questo: non lasciarsi terrorizzare, avere la schiena dritta e, se serve, dire forte e chiaro a chi ci governa: andatevene affanculo.