Dal mito della rete libera al dominio delle multinazionali
Ce l’hanno raccontata per anni: Internet libero, aperto, democratico. Una piazza globale dove tutti hanno voce.
Stronzate.
La verità è che Internet non è nostro. Non lo è mai stato.
Il World Wide Web non lo controllano i governi, non lo controllano i popoli. Lo controllano aziende private che gestiscono la struttura di base: DNS, server, cloud, protocolli di sicurezza. Sono loro che hanno le chiavi della porta di casa. E noi dentro, convinti di essere padroni, mentre in realtà siamo in affitto.
Quando Amazon spense Parler
Gennaio 2021: basta un clic e Amazon Web Services cancella Parler, social usato da milioni di persone. Non c’è tribunale, non c’è processo, non c’è dibattito pubblico. Una decisione privata e puff, scomparsi.
Se questa è libertà, allora vaffanculo: chiamatela col suo nome, censura.
Quando Visa e PayPal stritolarono WikiLeaks
2010: WikiLeaks pubblica i cablogrammi che imbarazzano gli Stati Uniti. Risultato? Visa, Mastercard, PayPal e Bank of America bloccano ogni donazione. Nessuna sentenza, nessun giudice. Solo un ordine dall’alto, e un intero progetto viene strozzato economicamente.
Questo non è mercato libero, è estorsione legalizzata con la faccia sorridente delle multinazionali del cazzo.
Quando un attacco fece crollare mezzo Internet
Ottobre 2016: un attacco a DynDNS e mezzo mondo resta senza Twitter, Spotify, Netflix. Tutto perché un singolo nodo era centrale. E ci raccontavano che la rete era “decentralizzata”.
La realtà? È un condominio fragile: se salta il contatore, resti al buio. Altro che rete libera: è una baracca con il tetto che perde.
Quando la Cina costruì il muro digitale
Il “Great Firewall”: miliardi di persone rinchiuse in una prigione digitale. Facebook, Google, Twitter, banditi. Informazione filtrata, censurata.
E sapete la cosa più inquietante? Che molti governi occidentali la invidiano, quella capacità di controllo. Sogna la stessa gabbia, ma con il logo di Silicon Valley.
Quando Facebook manipolò la politica
Cambridge Analytica, fake news, algoritmi che pompano odio. Non è un incidente, è un modello di business: più la gente litiga, più resta connessa, più clicca, più soldi entrano.
Gli algoritmi decidono cosa pensiamo, e chi li controlla? Un pugno di manager con facce di plastica a Palo Alto. Non eletti, non responsabili. Ma di fatto, più potenti di qualsiasi parlamento: dei veri stronzi con la mano sulla tua testa.
E allora, che cazzo si fa?
Il problema non è il blackout tecnico. Il problema è il blackout democratico.
La domanda è: continuiamo a farci prendere per il culo o iniziamo a immaginare un’altra strada?
- Decentralizzare i nodi: se la rete è davvero “di tutti”, non può dipendere da 3–4 aziende. Servono server pubblici, comunitari, cooperativi.
- Rendere i protocolli aperti: niente scatole nere, niente brevetti che decidono chi può accedere e chi no.
- Pagamenti liberi: se i soldi online passano solo da Visa e PayPal, siamo già fregati. Servono reti alternative, cooperative, resistenti alla censura.
- Algoritmi trasparenti: devono essere pubblici, verificabili. Basta con intelligenze artificiali opache che decidono cosa vediamo e cosa ignoriamo.
- Cultura della ribellione: smettere di comportarci come consumatori passivi. La rete non è Netflix. È una piazza. O almeno, dovrebbe esserlo.
Il monito
Se non capiamo che il vero nemico non è “l’hacker russo” o “il virus cinese”, ma l’accentramento del potere digitale in poche mani, saremo sempre schiavi. Connessi, felici e rassegnati.
Un web libero non esiste ancora. Ma o lo costruiamo noi, o saremo sempre ospiti paganti nella gabbia dei padroni.
E ricordate: il blackout non è il buio degli schermi. Il blackout vero è quando ti spengono la voce e tu non hai più niente da dire, perché ti hanno convinto che parlavi già troppo.
Postilla finale
È notizia delle ultime ore: Elon Musk non è più l’uomo più ricco del mondo. Da qualche giorno il primato spetta al padrone di Oracle, colosso che gestisce direttamente o indirettamente database e infrastrutture energetiche e informatiche, fondamentali per l’Intelligenza Artificiale.
E non pensiamo che sia un dettaglio economico. Non è la fine di un ciclo né il fine ultimo del sistema. È l’ennesimo segnale, l’epilogo annunciato della democrazia che muore in silenzio.
Quando i veri padroni non sono più i governi, ma le aziende che controllano i dati, i server, le reti e persino le macchine che pensano al posto nostro, allora la partita è truccata.
Non sottovalutiamola.
O ci svegliamo, o ci fottono definitivamente.