La terra non si mangia, ma fa mangiare
Contro l’illusione verde che ruba i campi al futuro
Qualche giorno fa, camminando lungo una strada di campagna, ho visto un campo che un tempo era coltivato. Ricordo il fruscio delle spighe, il volo basso delle rondini, il silenzio interrotto dal rumore lento di un trattore lontano. Ora, quel campo è coperto da file regolari di pannelli fotovoltaici, recintato, grigio, immobile. Non una pianta, non un suono.
Mi sono fermato. E mi sono chiesto: abbiamo davvero capito cosa significa “transizione ecologica”?
L’energia è pulita solo se non sporca il futuro
Siamo tutti d’accordo: dobbiamo produrre energia in modo sostenibile, ridurre le emissioni, affrancarci dai combustibili fossili. Ma sostenibilità non significa qualunque cosa purché sia solare. Non può essere ecologico ciò che sradica l’agricoltura, devasta il paesaggio, privatizza l’aria aperta e sottrae terra alla coltivazione.
Un campo agricolo non è un vuoto da riempire. È già pieno di senso, di vita, di nutrimento. Un ettaro coltivabile vale più, per la collettività, di cento ettari recintati e silenziati dal silicio.

Quanta luce dimenticata sopra le nostre teste
C’è un’ipocrisia diffusa in questa corsa al fotovoltaico a terra. Perché nessuno, o quasi, parla del potenziale enorme dei luoghi già costruiti?
- Parcheggi assolati, che potrebbero offrire ombra e corrente.
- Tetti piatti di scuole, ospedali, fabbriche, centri commerciali, inutilizzati.
- Infrastrutture lineari come ferrovie, autostrade, svincoli, svincoli, rotonde, tutte immerse nel sole.
- Bacini artificiali, aree industriali dismesse, terreni compromessi, dove il suolo non produce più nulla.
Eppure, si continua a puntare sugli appezzamenti agricoli, perché sono facili da acquistare, da livellare, da speculare.
E allora la domanda è: è davvero una scelta ecologica o solo economicamente comoda per qualcuno?
Il campo come atto di civiltà
Una società che rinuncia alla terra buona per coltivare kilowatt è una società che ha smarrito la gerarchia dei bisogni.
Possiamo vivere senza telefonino. Possiamo anche resistere qualche ora senza corrente. Ma senza cibo no. Senza suolo fertile no. E ogni volta che lasciamo che un campo venga coperto da una distesa di vetro e acciaio, stiamo dicendo che l’energia vale più della vita.
Un campo coltivato è una promessa mantenuta. Un impianto fotovoltaico su suolo agricolo, invece, è una rinuncia collettiva mascherata da progresso.
Il suolo va protetto. Per legge.
Servirebbe, oggi più che mai, una norma chiara: vietare l’installazione di impianti fotovoltaici a terra sui suoli agricoli. Non come eccezione, ma come principio.
Serve un cambio di paradigma: incentivare chi recupera superfici dimenticate, chi integra l’energia al paesaggio senza distruggerlo, chi non contrappone agricoltura ed ecologia, ma le mette a dialogare.
Perché l’energia del sole è gratuita, sì. Ma la terra fertile è rara. E quando la perdiamo, non la possiamo più ricreare.
Scrivo questo testo non da tecnico, né da attivista. Lo scrivo da cittadino che guarda il mondo con occhi semplici, ma ancora capaci di indignarsi. Credo che sia giusto produrre energia pulita, ma non svendendo in silenzio la base stessa della nostra sopravvivenza.
La vera sostenibilità non si misura in megawatt, ma in coerenza, in rispetto, in responsabilità.
E non possiamo più far finta di non vedere.
OfflineMind
Contro l’illusione digitale. Per una coscienza vera, radicata nella terra.

