Perché un cronometrista guarda gli autovelox in modo diverso
di Salvatore Martino, ideatore del metodo PensAI
Per quasi trent’anni ho passato le domeniche in pista, non allo stand di un bar o sugli spalti, ma dietro un cronometro. Ho lavorato come cronometrista per la Federazione Italiana Cronometristi, un mestiere che agli occhi di molti sembra marginale — schiacciare un pulsante, leggere un numero — e che invece insegna qualcosa di molto più profondo di quanto sembri: insegna a diffidare delle scorciatoie quando si tratta di misurare.
Perché la verità, che un cronometrista impara presto e non dimentica più, è questa: la velocità non si misura mai direttamente. Si calcola. È il risultato di un rapporto tra due grandezze che, quelle sì, si possono misurare con precisione: lo spazio percorso e il tempo impiegato a percorrerlo.
Sembra un dettaglio tecnico. Non lo è. È il punto di partenza di tutto.
Un’osservazione nata lontano dalla polemica
Non scrivo questo articolo per parlare di autovelox, della loro omologazione, dei ricorsi, delle sentenze, dei modelli di radar o laser in uso sulle nostre strade. Su questi temi si sono già scritte migliaia di pagine, spesso animate da un dibattito acceso e legittimo, ma che non mi appartiene per competenza né per intenzione. Quello che voglio raccontare è un’altra cosa: come un’esperienza professionale molto specifica — cronometrare atleti, veicoli, eventi sportivi per trent’anni — porti inevitabilmente a guardare un problema tecnico da un’angolazione diversa da quella di chi lo affronta per la prima volta, o da chi lo affronta solo sul piano giuridico o mediatico.
Un cronometrista non pensa agli strumenti. Pensa al fenomeno.
Il principio, non lo strumento
Nel mio lavoro, ogni misura affidabile nasceva sempre dalla stessa domanda: qual è la distanza esatta, certificata, che sto per misurare? Solo dopo aver risposto a questa domanda si sceglieva lo strumento — un cronometro, una fotocellula, un sistema di rilevazione automatica. Mai il contrario. Applicato al tema della velocità su strada, questo modo di ragionare porta a immaginare un principio elementare, quasi disarmante nella sua semplicità: se si conosce con esattezza una distanza, e si misura con altrettanta esattezza il tempo necessario a percorrerla, la velocità ne deriva automaticamente. Non serve interpretarla, stimarla o dedurla da un singolo istante: basta applicare la fisica di base, quella che si studia alle scuole medie.
Concettualmente, il sistema che un cronometrista immagina è semplice da descrivere:
- una distanza nota e certificata;
- due fotocellule poste alle due estremità;
- un cronometro digitale di alta precisione;
- una registrazione automatica del tempo di passaggio;
- una stampa del risultato, priva di margini di interpretazione.
Non è una proposta normativa, né una soluzione pronta da sostituire a quanto già esiste. È un esempio di come, partendo dai principi della metrologia — la scienza della misura — un problema che nel dibattito pubblico appare complesso, tecnico, spesso conflittuale, si possa osservare con uno sguardo più essenziale.
La logica di PensAI: tornare all’origine del fenomeno
Questo modo di ragionare è, in fondo, il cuore del metodo che ho chiamato PensAI. PensAI non parte mai dagli strumenti disponibili, per quanto sofisticati possano essere. Parte da una domanda che sembra ovvia e che invece viene sistematicamente saltata:
«Qual è il fenomeno fondamentale che sto realmente misurando?»
Solo dopo aver risposto a questa domanda, con chiarezza e senza fretta, si passa a valutare quali strumenti, tecnologie o metodi permettano di rispondervi nel modo più affidabile. È un ordine logico che sembra scontato, ma che nella pratica viene invertito quasi sempre: si parte dallo strumento che si ha a disposizione, e solo dopo ci si chiede se sia davvero adatto al fenomeno che si vuole comprendere. Il tema della rilevazione della velocità mi è capitato di osservarlo proprio così, quasi per riflesso professionale, non perché cercassi un argomento polemico, ma perché trent’anni passati a misurare il tempo mi hanno abituato a chiedermi sempre, per prima cosa, cosa sto realmente misurando e con quale grado di certezza.
Una riflessione, non una sentenza
Voglio essere chiaro su un punto, perché mi sembra importante non lasciare spazio a fraintendimenti: questa non è un’accusa verso chi progetta, produce o utilizza gli strumenti di rilevazione oggi in uso. Non è nemmeno un giudizio sulla loro legittimità, che non mi compete valutare. È, semplicemente, la testimonianza di come un’esperienza umana — fatta di ore, di gare, di misure ripetute migliaia di volte — possa generare uno sguardo diverso su un tema apparentemente lontano dal proprio mestiere. A volte l’innovazione non nasce aggiungendo complessità a un sistema già complicato. Nasce tornando, con pazienza, ai principi fondamentali che lo governano. È quello che ho imparato cronometrando per trent’anni, ed è quello che continuo ad applicare, oggi, a problemi diversi da quelli della pista.
Non conta lo strumento che si ha in mano. Conta il fenomeno che si vuole davvero comprendere.