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Viaggio interstellare: l’uomo potrà seguire le sue macchine?

Salvatore Martino · · 4 min

Voyager ha già raggiunto lo spazio interstellare. Ma il vero limite del viaggio verso le stelle potrebbe non essere la velocità delle macchine, bensì la fragilità biologica dell’uomo.

Ho visto lo sbarco sulla Luna. Di Salvatore Martino

Da allora abbiamo mandato uomini nello spazio e macchine molto più lontano. Oggi mi chiedo se il limite dell’esplorazione non sia la nostra stessa biologia.

Ho visto lo sbarco sulla Luna. Per chi appartiene alla mia generazione è difficile spiegare cosa significò quel momento. L’uomo era arrivato su un altro mondo. Sembrava l’inizio di una strada che avrebbe portato, prima o poi, verso Marte e poi ancora più lontano. Le stelle sembravano soltanto una questione di tempo.

Oggi non ne sono più così sicuro.

Non perché la tecnologia abbia smesso di progredire. Anzi. È successo qualcosa di curioso: le nostre macchine sono arrivate molto più lontano di noi.

Il 25 agosto 2012 Voyager 1 attraversò l’eliopausa ed entrò nello spazio interstellare. Nel 2018 la seguì Voyager 2. NASA considera Voyager 1 il primo artefatto umano ad aver raggiunto quella regione.

Bisogna essere precisi: questo non significa che Voyager abbia raggiunto il confine gravitazionale più esterno del Sistema Solare. L’eliopausa è il limite della nostra bolla di vento solare. Ma significa qualcosa di straordinario: un oggetto costruito dall’uomo è già nello spazio tra le stelle.

Nessun uomo era a bordo.

E forse è proprio questo il punto.

Una macchina non deve respirare. Non deve mangiare. Non deve proteggere ossa e muscoli. Non deve invecchiare. Non deve sopravvivere psicologicamente a decenni di isolamento.

Noi sì. La risposta più immediata è sempre stata: aumentiamo la velocità. Proxima Centauri dista circa 4,25 anni luce. A un decimo della velocità della luce il viaggio, in una semplificazione puramente cinematica, durerebbe poco più di quarant’anni. A velocità ancora maggiori si scenderebbe a decenni o anni.

Sembra la soluzione.

Ma forse stiamo risolvendo soltanto una parte del problema. Perché una nave che viaggia molto velocemente deve essere accelerata e poi rallentata. Deve trasportare una massa enorme se contiene esseri umani. Deve proteggere l’equipaggio dalle radiazioni e dagli urti con il materiale interstellare. Deve mantenere per decenni un ambiente artificiale nel quale il corpo umano possa continuare a funzionare. E il corpo umano non è cambiato. È ancora quello di un organismo terrestre.

La medicina spaziale conosce già gli effetti della permanenza prolungata nello spazio. Microgravità, radiazioni, perdita di massa ossea e muscolare, alterazioni fisiologiche e problemi psicologici sono rischi reali, studiati da decenni.

Un viaggio interstellare li porterebbe su una scala completamente diversa.

E allora nasce un paradosso.

Più velocemente andiamo, meno tempo rimaniamo nello spazio. Ma più velocemente andiamo, più difficili diventano la propulsione, l’energia, la protezione e la gestione della nave.

La velocità può quindi spostare il problema senza eliminarlo. Forse il vero ostacolo non sarà arrivare a una frazione significativa della velocità della luce. Forse sarà riuscire a portare con quella macchina un organismo umano. È una differenza che tendiamo a dimenticare. Voyager deve mantenere in vita una macchina. Una nave interstellare dovrebbe mantenere in vita un piccolo ecosistema umano. E qui la domanda cambia. Non più:

“Quanto velocemente possiamo raggiungere un’altra stella?”

Ma:

“Quanto a lungo possiamo mantenere un essere umano compatibile con il viaggio necessario per arrivarci?”

Non sappiamo ancora la risposta.

E sarebbe scientificamente scorretto dire che l’uomo non arriverà mai alle stelle. Tra cento o duecento anni potrebbero esistere tecnologie che oggi non riusciamo neppure a immaginare.

Ma una cosa è già accaduta.

La nostra tecnologia ha superato un confine che il nostro corpo non ha mai superato.

Forse sarà questo il percorso del futuro: prima le macchine, poi — eventualmente — gli uomini. O forse le macchine arriveranno alle stelle e noi rimarremo sulla Terra.

Non sarebbe necessariamente una sconfitta. Quando nel 1969 guardavo Armstrong scendere sulla Luna, pensavo che il futuro dell’esplorazione fosse portare l’uomo sempre più lontano.

Oggi penso che potrebbe essere qualcosa di diverso.

Portare la nostra intelligenza là dove il nostro corpo non può ancora seguirla.


Fonti essenziali

NASA, Voyager Interstellar Mission; NASA/JPL, How Do We Know When Voyager Reaches Interstellar Space?; NASA, letteratura e programmi di ricerca sui rischi biologici delle missioni spaziali di lunga durata; studi sulla propulsione interstellare e sui concetti di veicoli a velocità relativistiche.

Disclaimer IA

Questo articolo è stato elaborato con l’ausilio dell’intelligenza artificiale. Le fonti scientifiche e istituzionali sono state utilizzate per verificare i principali dati riportati. Le considerazioni interpretative e prospettiche appartengono alla natura divulgativa dell’articolo e non costituiscono risultati scientifici sottoposti a peer review né previsioni certe sul futuro.

Salvatore Martino

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