9 € al mese e il fruscio degli spot
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9 € al mese e il fruscio degli spot

Quando la beneficenza scivola nel marketing

Mano che tiene 9 euro in contanti, banconota da 5 e due monete da 2 euro
9 euro in mano: banconota e monete

Una volta la carità era discreta: la raccolta in parrocchia, il volontariato in oratorio, i pacchi viveri consegnati senza telecamere. Oggi la solidarietà arriva in prima serata, tra un detersivo e un SUV, con la formula magica: “solo 9 euro al mese”. E una parte non piccola di quei 9 euro finisce esattamente lì: nella macchina della raccolta fondi e della comunicazione – TV compresa.

Di seguito, nomi e numeri presi dai bilanci più recenti (2023–2024). Nota bene: la voce “raccolta fondi” include gli oneri per campagne e comunicazione; gli spot TV ci stanno dentro.

Chi spende quanto per raccogliere (e comunicare)

Save the Children Italia

Nel 2023 23,66 milioni di euro per “raccolte fondi abituali” e 1,15 milioni per “attività di comunicazione” (voce separata). In totale, circa 24,8 milioni di oneri collegati al fundraising e alla comunicazione. Sul profilo di trasparenza indipendente, gli oneri di raccolta fondi pesano il 15,5%. Traduzione: su 100 euro raccolti, circa 15–16 vanno a ingranare la macchina che chiede altri soldi.

ActionAid Italia

Bilancio 2023: gli oneri di raccolta fondi incidono per il 20,3%. Un euro su cinque evapora tra campagne, canali, intermediazioni. La Relazione di missione e il Rendiconto gestionale confermano la centralità della “raccolta regolare” (abbonamenti mensili) come motore economico.

UNICEF Italia (Comitato Italiano)

Il Comitato comunica risultati record di raccolta; nel 2024 parla di 207.487 € al giorno. Nei materiali pubblici spiega anche i trasferimenti ai programmi (es. 51,2 milioni nel 2023). La ripartizione analitica dei costi di raccolta fondi è meno immediata nelle pagine web, ma le campagne TV e numero solidale sono dichiaratamente pilastri della raccolta. Morale: grande volume, grande spesa di fundraising.

WeWorld

Caso interessante: nel 2023 solo il 6,5% alle spese di raccolta fondi (su dati aggregati), con dettaglio di 3,40 milioni agli oneri da raccolta fondi nel bilancio. Dimostra che modelli meno TV-centrici sono possibili.

CESVI

Nel bilancio 2023 l’“incidenza degli oneri di raccolta fondi sulle donazioni private per campagne” è indicata con grafici e indicatori di efficienza: un lavoro di trasparenza utile per chi vuole misurare costi/benefici delle campagne.

(Nota: Medici Senza Frontiere Italia pubblica bilanci dettagliati; la voce “Attività promozionali e di raccolta fondi” è esplicitamente distinta e definita. Il PDF degli schemi di bilancio 2023 mostra le classi di costo, confermando che la raccolta fondi è una funzione strutturale e non un residuo.)

La domanda scomoda

Se l’obiettivo è “salvare vite”, perché incentivare un sistema che divora una fetta rilevante delle donazioni in media buying, creatività, call center, commissioni? La risposta “senza marketing non raccogli” è vera. Ma allora diciamolo chiaro: la beneficenza televisiva è un prodotto industriale, brandizzato e misurato a KPI, non un atto di pura carità.

E qui sta l’inghippo culturale: si chiede empatia ma si pratica performance. Si evocano nonne e oratori, ma si comprano pacchetti spot. A qualcuno piace chiamarla “professionalizzazione”. Più onesto chiamarla commercializzazione della solidarietà.

Cosa può fare un donatore tradizionale (che non vuole finanziare spot)

  • Leggere i bilanci (non le brochure) e guardare la percentuale di “oneri di raccolta fondi”: se supera la doppia cifra alta ogni anno, fatevi una domanda. I link ufficiali sono pubblici e consultabili.

  • Preferire canali diretti (bonifico SEPA, RID senza intermediari, donazioni a realtà locali) per ridurre fee e filiere.

  • Scegliere progetti con rendicontazioni di risultato, non solo storytelling emozionale: quanti beneficiari serviti per euro speso, indicatori, audit esterni.

  • Dare meno, ma meglio: una realtà che tiene bassi i costi di raccolta non è meno “professionale”, spesso è solo più sobria.

Chiusura (senza zucchero)

Non c’è nulla di male a pagare la macchina che raccoglie. C’è molto di male a nasconderne il peso dietro il mantra dei “9 euro al mese”. La verità è semplice e un po’ antica: la carità vera non ha bisogno di un piano media. Ha bisogno di mani, conti in ordine, e risultati verificabili. Il resto è rumore di fondo – quello degli spot.

In fondo la questione è semplice e antica: la carità non è un format, è un dovere morale. Se decidi di donare, fallo con occhi aperti: leggi i conti, chiedi trasparenza, scegli la via breve tra te e chi ha bisogno. Meno vetrine, più sostanza. Perché la solidarietà vera non cerca consenso: cerca giustizia, e la misura si vede nei risultati — non nei passaggi in TV.

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