FUTURA

Futura: il nome mai dato, la speranza che resiste

Avevo un nome. Non uno tirato fuori a caso da un elenco o suggerito da un algoritmo. Un nome che sapeva di domani, di promesse e rivoluzioni silenziose. Si chiamava Futura.

Non l’ho mai scritto su un certificato di nascita. Non l’ho mai detto ad alta voce. È rimasto lì, tra la gola e il cuore. Forse per pudore. Forse perché, in certe relazioni, si finisce per accettare compromessi anche su ciò che ci sta più a cuore. O forse perché Futura è una parola troppo grande per essere pronunciata senza tremare un po’.

Eppure, è rimasta con me. Come quelle lettere mai spedite, quelle che ogni tanto si riaprono con mani incerte, un po’ per nostalgia, un po’ per vedere se fanno ancora male.

Futura, per me, non è (mai stata) solo un nome. È una bandiera piantata nel terreno delle possibilità. È un “non mi arrendo” sussurrato tra i denti. È la luce che filtra quando tiri su la tapparella all’alba, anche se fuori il mondo sembra sempre lo stesso.

Viviamo tempi strani. Il futuro fa paura: cambiamenti climatici, guerre invisibili dietro a uno schermo, intelligenze artificiali che imparano troppo in fretta. Eppure, c’è ancora chi ha il coraggio di credere. Di scegliere un nome come Futura. Di affidarlo a una figlia, o anche solo a un pensiero. Di coltivarlo come si fa con una piantina fragile, che ha bisogno d’acqua ma anche di voce.

Ho sempre pensato che i nomi siano come carezze dette con la bocca. Quando scegli il nome per un figlio, non stai solo facendo una scelta estetica. Stai dicendo al mondo in cosa credi. Cosa sogni. Cosa speri.

Chiamare una bambina Futura sarebbe stato, per me, come affidarle una poesia. O una promessa.

A volte, mi capita di chiudere gli occhi e chiedermi: com’era il suo viso? Aveva i miei occhi stanchi o il sorriso di sua madre? Leggeva come me fino a notte fonda o preferiva la musica, quella vera, che graffia l’anima? Avrebbe capito l’ironia di chi è cresciuto con troppi ideali e troppi disincanti?

E poi, inevitabile, nella mia testa parte quella voce roca e piena di futuro:

“Sarà diversa, bella come una stella… Futura.”

Dalla non l’ha scritta per me, ma ogni volta sembra parlarmi.

Forse perché, dentro me, c’è ancora un uomo che ha bisogno di credere. Che il tempo che verrà non sarà solo fatto di bit, notifiche e performance. Ma anche di pause. Di silenzi che non imbarazzano. Di sguardi che non passano attraverso uno schermo.

Io vengo da un tempo lento, dove si aspettava una lettera per settimane. Oggi aspettiamo tre secondi e già ci sembra troppo. Ma non mi arrendo. Ogni parola scritta con calma, ogni pensiero che prende forma senza fretta, ogni nome che scegli di non urlare ma custodire… è resistenza.

E allora sì, Futura non è mai nata davvero. Ma c’è. È lì, viva. Nei gesti gentili, nei ragazzi che scelgono l’empatia invece della fretta. Nei padri che ascoltano e non impongono. Nelle madri che proteggono la meraviglia dal rumore del mondo.

E in me. Che ancora credo. Non per ingenuità. Ma perché, anche quando non la pronunci, Futura è quella parte di te che ha deciso di non smettere di sperare.

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