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Quando il giullare diventa regnante: satira sull’Italia

Quando il giullare si traveste da regnante

A farne le spese è chi ha fame, chi ha freddo, chi ha smesso di sperare

C’è un momento preciso in cui tutto è andato storto, ma nessuno lo ha notato perché tutti stavano ridendo. Il giorno in cui il giullare ha smesso di fare il buffone di corte e si è messo la corona in testa. Non per gioco, ma per governare.

Solo che quel giullare, educato alla derisione, non ha mai imparato a costruire.
E ora, eccolo lì, a capo di un Paese, con la fascia tricolore slacciata e il microfono sempre acceso, che promette miracoli a ogni comizio come un venditore di padelle a una sagra di paese.
Ogni problema è “risolvibile”, ogni sciopero è “strumentale”, ogni critica è “rosicamento”.

Il popolo intanto paga. Paga caro. E senza spettacolo.

La democrazia trasformata in farsa

In Italia, la politica ha mutato pelle: non è più l’arte del possibile, ma la scienza dell’invisibile.
Invisible sono i diritti sociali, invisibili gli aumenti in busta paga, invisibili le soluzioni ai problemi strutturali.
Visibilissimi invece sono gli annunci, le conferenze stampa, le dirette social, i selfie nei cantieri dove non si lavora e le strette di mano ai convegni dove non si decide nulla.

È il teatro dell’assurdo in salsa burocratica, dove gli amministratori locali si vantano di aver asfaltato una via mentre l’ospedale a 3 chilometri chiude per mancanza di personale.
Dove un sindaco inaugura la terza rotonda in sei mesi mentre i giovani emigrano in massa perché non trovano un lavoro neanche a raccogliere limoni.

E nessuno arrossisce, perché ormai il pudore è stato sostituito dal consenso algoritmico: basta che i like aumentino e tutto va bene. Anche mentre la città cade a pezzi.

Lo Stato? Una slot machine a gestione familiare

Nel frattempo, a livello nazionale, lo Stato è stato tramutato in una gigantesca slot machine, dove la moneta la metti tu, cittadino contribuente, ma il jackpot lo vince qualcun altro.
I bonus? A pioggia, purché non piova dove serve.
Gli aiuti alle famiglie? Se hai tempo, pazienza e almeno un laureato in economia in casa per compilare la domanda.
I soldi per la sanità pubblica? “Non ci sono fondi”.
Ma per comprare armi, aerei e pacche sulle spalle transatlantiche? Tutto pronto. Fatturato. Appaltato.

E chi osa chiedere “ma noi?” viene accusato di essere un nostalgico del comunismo o un cospirazionista no vax. Non c’è più spazio per la critica: solo per l’applauso o l’insulto.

La burocrazia è viva. E mangia bene

Nei comuni, negli assessorati, negli enti parastatali e nelle partecipate, la situazione è tragica e comica allo stesso tempo.
Si chiama un ufficio per sapere quando arriverà la carta d’identità elettronica. Rispondono dopo due settimane con una mail automatica in Comic Sans.
Si chiede una licenza per aprire un’attività. Servono 27 firme, 5 marche da bollo, 3 autocertificazioni e la benedizione di San Gennaro.

Ma attenzione: gli stipendi dei dirigenti non ritardano mai, e le promozioni si moltiplicano in base al tasso di fedeltà partitica, non al merito.

Nel frattempo, i cittadini si arrangiano: con le cooperative, i gruppi WhatsApp, le collette su GoFundMe per comprare una TAC all’ospedale, le staffette per i libri scolastici usati.
Il welfare è diventato un atto di volontariato. E lo Stato un distributore guasto.

Ma il popolo ride. E vota.

Eppure, nel caos, c’è chi applaude.
Perché il giullare ha imparato bene l’arte del ribaltamento: far credere al popolo che il vero problema non sono i padroni del vapore, ma i disperati che salgono sulle zattere.
Non chi taglia i servizi, ma chi li usa troppo.
Non chi evade, ma chi sopravvive con il Reddito.
Non chi affama, ma chi ha fame.

Una distorsione grottesca che trasforma la vittima in colpevole e l’oppressore in “competente”.

E così, alle urne, si premiano i teatranti con la battuta pronta, il tormentone da talk show, lo sguardo furbo e lo slogan corto: “Prima noi”, “Stop sprechi”, “Riforme concrete”, “Legalità!”, “Meritocrazia!”
Parole vuote lanciate a caso come coriandoli in un carnevale senza fine.

Il finale amaro (ma meritato?)

La verità è che ci stiamo abituando a vivere male.
Paghiamo tutto di più e abbiamo tutto di meno: trasporti lenti, scuole fatiscenti, liste d’attesa chilometriche, stipendi da fame, contratti da fame, dignità da fame.
Ma resistiamo. Per abitudine. Perché ci hanno convinto che non ci sia alternativa.
Che la politica sia questa cosa qui: uno spettacolo grottesco in cui il buffone comanda, il tecnico tace, il ladro dirige e il cittadino obbedisce.

E forse il vero dramma è proprio questo: che ormai non ci fa più ridere.

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