La cultura, quella vera, è lenta. Richiede studio, sacrificio, tempo. È faticosa, noiosa per chi vuole tutto subito. Ma proprio per questo è preziosa: ti cambia dentro, non ti regala like immediati.
Ecco perché oggi è stata sostituita dalla sua caricatura grottesca: la qultura. Con la “Q”. Non un errore di battitura, ma un marchio di fabbrica del nulla esibito.
Il fenomeno: saggi da tastiera e filosofi in pantofole
Nei social la qultura è ovunque.
- C’è chi scrive frasi fatte come “la vita è come un libro, se non lo apri non saprai mai cosa c’è dentro” e poi non apre un libro dal liceo.
- Chi posta aforismi falsamente attribuiti a Einstein tipo “se giudichi un pesce dalla sua capacità di arrampicarsi sugli alberi…”, senza sapere che il buon Albert non l’ha mai detto.
- Chi incolla frasi di Bukowski, decontestualizzate, per darsi un tono ribelle mentre beve spritz al centro commerciale.
La qultura è il fast food del pensiero: ti illude di essere sazio, ma è solo aria fritta.
Cultura è fatica, qultura è scorciatoia
La differenza è brutale:
- La cultura è lettura, confronto, errori e correzioni.
- La qultura è il copia-incolla che diventa vangelo, senza verifica né critica.
La cultura ti mette in discussione.
La qultura ti conferma nelle tue banalità.
La cultura nasce nei luoghi scomodi – una biblioteca silenziosa, un teatro mezzo vuoto, un’aula universitaria.
La qultura prospera nelle comfort zone digitali, tra un meme e una foto del pranzo.
L’analfabetismo di ritorno travestito da profondità
Il bello della qultura è che non pretende conoscenze: basta un profilo social. Scrivi “riflettete gente” sotto a una frase di dubbia provenienza e hai fatto la tua parte.
È la democrazia della superficialità: tutti possono sembrare colti, senza esserlo. Anzi, la vera cultura viene guardata con sospetto, perché “troppo complicata”.
E così l’Italia, patria di Dante e Leonardo, oggi produce fiumi di post sulla “qultura” con la stessa convinzione con cui produce reality show.
Dalla Repubblica delle Lettere alla Repubblica dei Meme
Un tempo, chi aveva cultura era autorevole perché aveva studiato. Oggi chi ha “qultura” è autorevole perché ha seguito. I like hanno sostituito i libri. La viralità ha sostituito la verità.
Il risultato è devastante:
- generazioni che non leggono più,
- scuole ridotte a parcheggi,
- dibattiti pubblici basati su slogan copiati da Facebook.
E allora?
La cultura vera non è morta, ma è stata messa a tacere dal rumore della qultura. Resiste nei libri che nessuno legge, nei teatri che nessuno frequenta, nei concerti che non finiscono su TikTok.
Il problema è che la qultura è più facile, più veloce, più accattivante. Ma, come tutte le scorciatoie, porta dritto al nulla.
E l’Italia del Rinascimento, se continua così, rischia di diventare l’Italia della Qultura da discount: tanta scena, nessuna sostanza.