Social: il veleno che consuma la società
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Social: il veleno che consuma la società

La colonizzazione digitale che ci ha resi schiavi

I social non sono un passatempo. Sono una flebo che ci pompano addosso finché ci dimentichiamo che esiste la vita vera. Ci hanno detto che era progresso, ma è occupazione: un’invasione silenziosa dove il prezzo non lo paghi in soldi ma in tempo, in dati, in pezzi di cervello.

Dove ci stanno trascinando

Le piazze erano piene, le scuole erano vive, le strade erano il posto dove si gridava “basta”. Ora? Scheletri vuoti. Il corteo vale solo se diventa hashtag. Un politico ha ragione solo se raccoglie più like del rivale. Tutto ridotto a merda spettacolare: un sindaco pesa quanto un cretino che balla mezzo nudo davanti a uno specchio.

Come ci stanno consumando

La regola è brutale: l’attenzione è moneta. E siccome è poca, gli algoritmi devono spolpartela a morsi. Lo fanno servendoti il peggio: odio, scandali, isteria. Paura, rabbia, invidia: le emozioni più luride, più facili, più redditizie.
E noi come tossici da strada: ogni notifica è una dose, ogni like uno squallido surrogato d’affetto. La botta dura poco, poi resta il vuoto. Ma torniamo a chiederne altra, come cani alla catena.

Le strategie del veleno

Non basta farti a pezzi: devono anche farti credere che ti stiano facendo un favore.

  • Scroll infinito: un tapis roulant dell’idiozia. Non finisce mai, e tu resti lì a marcire.
  • Notifiche: campanelli da bestiame. Ti addestrano a correre come un cane affamato per nulla.
  • Like e reaction: monete di plastica. Non valgono un cazzo, ma ti fanno sentire vivo per dieci secondi.
  • Algoritmo spione: sa di cosa hai paura e te lo sbatte in faccia. Sa cosa ti eccita e ti mette in ginocchio. È un pusher programmato.
  • FOMO: se non ci sei, sei un fantasma. E allora ti vendi l’anima pur di restare in vetrina.

La tana del Bianconiglio

Siamo scesi tutti dentro. Ma qui non c’è Alice. Solo un buco nero fatto di video, chat lampeggianti e meme che ti rincoglioniscono. Scendi sempre più giù e non c’è fondo. Non c’è uscita, e il dramma è che non la cerchi neanche più. Ti va bene restare prigioniero, tanto il mondo vero ormai non ti interessa.

Perché sorridiamo mentre ingoiamo il veleno

Perché è facile. Un libro richiede fatica, una discussione richiede tempo. Qui bastano tre parole in caps lock e sei “qualcuno”. In realtà sei nessuno: un fantoccio che applaude se stesso.
E se osi staccarti? Sei morto sociale. Ti guardano come un cavernicolo senza luce elettrica. Così continui a bere veleno dalla cannuccia, pure ringraziando chi te lo versa.

La società amputata

Il risultato è un branco di analfabeti funzionali che non sanno discutere, che scambiano il dissenso per insulto, che non organizzano un cazzo se non una rissa virtuale. Generazioni cresciute a sputarsi addosso invece di costruire qualcosa.
E intanto i padroni del baraccone — quattro colossi che valgono più di interi Stati — se la ridono. Non ospitano il dibattito, lo fabbricano, lo manipolano e ce lo rivendono. La nuova occupazione non ha carri armati: ha notifiche con suoni allegri.

La colpa è nostra

La colpa è nostra che gli abbiamo dato il culo credendo di cavalcare il sistema.

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