Quello che una classifica non racconta
Atleta, arbitro, cronometrista: tre ruoli, una sola lezione. Il risultato misura una prestazione, non una persona. E la classifica racconta il passato — non il futuro.
Di Salvatore Martino — Fondatore di OfflineMind

Ho passato una parte importante della mia vita dentro lo sport. Non sempre dalla stessa parte. Sono stato atleta dilettante nel basket. Poi ho fatto l’arbitro di calcio, di nuoto e di pallanuoto. Infine sono diventato cronometrista della Federazione Italiana Cronometristi. Guardando oggi una classifica, quindi, faccio fatica a vedere soltanto dei numeri. Vedo persone.E forse è proprio questo che mi ha fatto venire in mente una cosa molto semplice: che cosa può dire una persona arrivata prima? E che cosa può dire una persona arrivata centesima?
La vittoria va riconosciuta
Il primo può dire: «Ho vinto». Ed è giusto così. Non abbiamo bisogno di trasformare la vittoria in qualcosa di diverso. Se una gara stabilisce un vincitore, quel vincitore va riconosciuto.
Lo sport, in fondo, è anche questo: stabilire un risultato attraverso regole condivise.
Quando ero arbitro, questa cosa l’ho imparata ancora meglio. L’arbitro non può decidere chi gli piace di più. Non può cambiare una decisione perché il pubblico protesta. Non può assegnare un risultato per consolare qualcuno. Deve applicare le regole. Quando poi ho fatto il cronometrista, il concetto è diventato ancora più netto. Il cronometrista non deve interpretare il risultato. Deve misurarlo. Un tempo è un tempo. Un secondo è un secondo. Un risultato è quello che è. La FICr, la Federazione Italiana Cronometristi, nasce proprio con questa funzione all’interno dello sport italiano: garantire una misurazione ufficiale e affidabile dei risultati.
«Misurare bene è fondamentale. Ma non bisogna confondere la misura con il valore della persona.»
Prendiamo una gara con cento partecipanti. Il primo è primo, il secondo è secondo, il centesimo è centesimo. Non dobbiamo avere paura dei numeri. Il problema nasce quando cominciamo a pensare che quel numero dica tutto di una persona. Perché non lo dice. Il primo potrebbe avere avuto una giornata straordinaria. Il secondo potrebbe aver perso per pochissimo. Il decimo potrebbe aver gareggiato sopra le proprie aspettative. Il cinquantesimo potrebbe aver superato un momento difficile soltanto per riuscire a presentarsi alla partenza. Il centesimo potrebbe essere arrivato ultimo dopo mesi di allenamento. La classifica non racconta queste cose. E non può raccontarle. La classifica serve a un’altra cosa: a stabilire un ordine secondo criteri precisi. Ed è una cosa importante.
Perdere non significa essere un perdente
Non credo nella frase «siamo tutti vincitori». Se tutti sono vincitori, alla fine nessuno lo è davvero. Credo invece in una cosa più semplice e, forse, più difficile da accettare: non tutti vincono, ma perdere non significa essere un perdente. C’è una differenza enorme. Nello sport l’abbiamo sempre saputo. Un atleta può perdere una gara e migliorare. Può arrivare ultimo e imparare più di quanto avrebbe imparato arrivando primo. Può commettere un errore e tornare la settimana dopo più forte. E soprattutto può continuare. Questo vale anche per chi sta dall’altra parte. Un arbitro può sbagliare. Un cronometrista può trovarsi davanti a una situazione difficile. Un organizzatore può commettere un errore. La cosa importante non è fingere che l’errore non esista: è riconoscerlo, capirlo e correggerlo. Forse è proprio questo che lo sport mi ha lasciato più di ogni altra cosa: la possibilità di ricominciare. Il giorno dopo
Perché una gara finisce. La classifica viene pubblicata. Il primo sale sul podio. Gli altri tornano a casa. Ma il giorno dopo ricomincia tutto.
Il primo dovrà dimostrare di poter vincere ancora. Il secondo proverà a fare quel passo in più. Il decimo cercherà di arrivare quinto. Il cinquantesimo cercherà di arrivare quarantesimo. E il centesimo? Il centesimo potrebbe semplicemente decidere di tornare alla partenza. E già questo cambia tutto. Perché la classifica descrive ciò che è successo. Non descrive necessariamente ciò che succederà. Questa distinzione oggi mi sembra ancora più importante, perché viviamo in un mondo pieno di classifiche: numero di follower, visualizzazioni, voti, stipendi, curriculum, risultati scolastici, prestazioni, graduatorie, recensioni. Persino le persone vengono continuamente trasformate in numeri. E più il numero è alto o basso, più siamo tentati di attribuirgli un significato che non possiede. Ma un numero è soltanto un numero, se non sappiamo esattamente che cosa misura. Un cronometro può dirci quanto tempo ha impiegato un atleta: non può dirci quanto vale come persona. Una classifica può dirci chi è arrivato primo, ma non chi sarà domani.
Lo sport è onesto
Forse questa è la ragione per cui continuo ad amare lo sport. Perché lo sport, quando è fatto bene, è molto onesto. Ti mette davanti al risultato. Non puoi nasconderti. Ma allo stesso tempo ti insegna che il risultato non è tutta la tua vita. Sono stato atleta, arbitro, cronometrista. Ho visto la gara da dentro, dal bordo del campo e dietro un cronometro. E oggi, quando vedo una classifica, continuo a rispettare il primo. Ma guardo con rispetto anche l’ultimo. Non perché voglia trasformarlo artificialmente in un vincitore. Ma perché so che dietro quel numero può esserci una persona che ha avuto il coraggio di presentarsi alla partenza. E allora forse la frase più bella non appartiene né al primo né al secondo. Potrebbe appartenere al centesimo. Potrebbe semplicemente dire: «Sono arrivato ultimo. Ma sono arrivato.» E domani, se vorrà, potrà ripartire. Questo, più di qualsiasi medaglia, è lo sport che ricordo. E forse è anche lo sport che vorrei continuare a raccontare su OfflineMind: non soltanto quello dei vincitori, ma quello degli esseri umani che, dopo ogni gara, hanno ancora la possibilità di ricominciare.
Forse è proprio questo che lo sport mi ha lasciato più di ogni altra cosa: la possibilità di ricominciare. Perché una gara finisce, ma il giorno dopo ricomincia tutto.»
Salvatore Martino è fondatore di OfflineMind. Ha gareggiato come atleta dilettante nel basket, esercitato come arbitro in calcio, nuoto e pallanuoto, e conseguito la qualifica di cronometrista ufficiale FICr.


