Ovvero: l’unica caratteristica del prodotto che può impazzire ogni mattina
Prendiamo una lampada.
È di metallo, plastica e vetro. Pesa un chilo e mezzo. È alta trenta centimetri. La sua luce è calda. Queste cose non cambieranno domani. Forse tra dieci anni si romperà, ma fino ad allora il suo peso resterà un chilo e mezzo. La sua altezza resterà trenta centimetri.
Ora guardiamo il suo prezzo.
Domani potrebbe essere diverso.
Forse costa venti euro in meno. Forse trenta in più. Forse è in saldo. Forse è diventato “dinamico” perché l’algoritmo ha visto che stai cercando una lampada da tre giorni. Forse su Amazon costa una cosa, su eBay un’altra, nel negozio sotto casa un’altra ancora.
Non ci stupiamo.
Ci sembra normale.
Eppure nessun’altra caratteristica della lampada gode della stessa libertà. Il peso non fluttua con la domanda. Le dimensioni non seguono l’umore del mercato. La quantità di rame nel cavo non raddoppia se la lampada diventa di moda.
Solo il prezzo vive in uno stato di mutazione permanente.
E la domanda non è economica.
È filosofica.
Perché abbiamo deciso che proprio il prezzo debba essere mobile?
La risposta comoda
La risposta abituale è nota. Il prezzo contiene informazioni. Segnala scarsità. Segnala abbondanza. Segnala domanda. Segnala offerta. È un segnale, non una proprietà. È un messaggio, non una caratteristica.
Tutto vero.
Ma esiste una domanda successiva che nessuno pone.
Se il prezzo è un sistema informativo, chi serve realmente?
Il consumatore, che passa metà del suo tempo a chiedersi se comprare oggi o aspettare il saldo? Il produttore, che non sa mai se ha fissato il prezzo giusto o se avrebbe potuto chiedere di più? Gli investitori, che speculano sulle oscillazioni? Gli intermediari, che vivono di spread? O il sistema stesso, che ha bisogno di incertezza per tenere tutti in movimento?
Perché l’incertezza del prezzo non è un difetto collaterale.
È una funzione essenziale.
Un consumatore certo non ha fretta. Un produttore certo non ha ansia. Un mercato senza oscillazioni è un mercato che non produce trading, non produce commissioni, non produce attenzione, non produce lo scrolling compulsivo alla ricerca dell’affare.
L’incertezza è il motore.
E noi l’abbiamo naturalizzata. L’abbiamo trasformata in una legge di natura. “Il prezzo è libero di variare” suona come “l’acqua bagna”. Ma non è vero. L’acqua bagna per una proprietà fisica. Il prezzo varia per una convenzione.
Potremmo cambiarla.
Un’altra possibilità
Immaginiamo un’altra possibilità.
Ogni prodotto nasce con un prezzo minimo e un prezzo massimo. Li sceglie il produttore. Non modificabili. Mai. Non per legge, non per controllo statale, non per pianificazione centrale. Perché sono incorporati nel prodotto, come il peso, come il colore, come il numero di serie.
Il produttore guarda la sua lampada e dice: “Questa lampada non può costare meno di quaranta euro e non può costare più di sessanta. Per sempre.”
In un mondo del genere, cosa accade?
Accade qualcosa di curioso.
Il prezzo smette di essere una conversazione infinita e diventa una dichiarazione.
Oggi il produttore dice: “Vedremo quanto vale. Dipende dal mercato. Se va male, la svendo. Se va bene, alzo il prezzo.” È una posizione comoda. Scarica la responsabilità sul mondo.
Domani direbbe: “Questo è il valore che attribuisco alla mia creazione. Tra quaranta e sessanta. Non meno, perché meno sarebbe tradire il lavoro che c’è dentro. Non più, perché più sarebbe speculare sulla necessità altrui.”
La differenza è sottile nelle parole, enorme nei fatti.
Perché sposta la responsabilità.
Oggi l’errore si corregge dopo. Se ho sbagliato prezzo, faccio uno sconto. Se ho sottovalutato la domanda, alzo. Il mercato corregge.
Domani l’errore va evitato prima. Se sbaglio il prezzo minimo, rischio di vendere sottocosto per sempre. Se sbaglio il massimo, rischio di lasciare profitti sul tavolo per sempre.
La previsione diventa più importante della reazione.
La progettazione più importante della promozione.
La competenza industriale più importante dell’abilità commerciale.
E il consumatore?
Anche il consumatore cambierebbe radicalmente.
Gran parte del nostro comportamento economico non nasce dal bisogno. Nasce dall’incertezza.
Compro oggi o domani? Aspetto lo sconto? Conviene aspettare il Black Friday? Il prezzo salirà se aspetto troppo? Scenderà se aspetto un po’? E se domani trovo la stessa cosa a metà prezzo da un’altra parte?
Fateci caso. Una quota sorprendente della vostra vita economica consiste nel tentativo di prevedere il comportamento futuro dei prezzi. È un’attività cognitivamente costosa. Produce ansia. Produce rimpianti. Produce quella sensazione di fregatura quando comprate qualcosa e il giorno dopo la trovate scontata.
In un sistema a prezzo permanente (minimo e massimo fissi, trasparenti, immodificabili), questa attività scomparirebbe quasi completamente.
Resterebbe una sola domanda.
L’unica che conta davvero.
Vale ciò che costa?
Non: “È conveniente rispetto a domani?” Non: “Riesco a prenderlo a meno da un’altra parte?” Non: “Forse se aspetto Natale…” Solo: ha un prezzo tra quaranta e sessanta euro. Io ho quarantasette euro. Lo voglio. Vale il suo prezzo?
Sì o no.
Ma funzionerebbe?
Forse un’economia del genere funzionerebbe peggio. Forse funzionerebbe meglio. Non è questo il punto.
Il punto è che quasi nessuno mette in discussione il presupposto iniziale.
Che il prezzo debba essere libero di cambiare.
Lo diamo per scontato. Lo consideriamo un fatto della realtà. Come la gravità. Come il tempo che passa. “I prezzi salgono e scendono” sembra una legge fisica, non una convenzione storica.
Ma non lo è.
Il prezzo è l’unica proprietà del prodotto che abbiamo deciso di rendere instabile. Potevamo scegliere altrimenti. Potevamo decidere che il prezzo fosse stabile come il peso, come il colore, come la composizione chimica. Non l’abbiamo fatto.
Questa non è una necessità.
È una scelta.
E ogni scelta che appare inevitabile merita, almeno una volta, di essere osservata come se fosse soltanto una delle tante possibilità.
La vera domanda
Forse il prezzo è libero, sì.
Ma forse la domanda giusta è un’altra.
Noi siamo davvero liberi, quando tutto intorno a noi può cambiare prezzo da un momento all’altro?
O forse siamo solo occupati a inseguire oscillazioni che qualcun altro ha deciso di rendere obbligatorie? Guardate la lampada. Pesa un chilo e mezzo. Domani peserà ancora un chilo e mezzo. Ma il suo prezzo, chissà. Ed è proprio questo “chissà” il problema. Perché non è un fatto. È una scelta.
E non averla mai messa in discussione è la prigione più elegante che il mercato abbia mai costruito.
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