Chi informa davvero?

Chi informa milioni di persone risponde a chi?

Il 2 agosto 2026 rappresenta una tappa importante per la regolazione digitale europea. In questa data diventano ampiamente applicabili le disposizioni del Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale (AI Act), mentre il Digital Services Act (DSA) disciplina già le responsabilità delle grandi piattaforme online. L’obiettivo comune è aumentare trasparenza, sicurezza e tutela dei diritti nell’ambiente digitale.

Sono fatti.

L’AI Act introduce obblighi specifici per determinati sistemi di intelligenza artificiale, comprese misure di trasparenza per alcuni contenuti generati dall’AI. Il DSA, invece, impone obblighi alle piattaforme online in materia di gestione dei rischi, trasparenza e tutela degli utenti.

Ma esiste una domanda che le norme europee non risolvono direttamente.

Oggi milioni di cittadini si informano ogni giorno attraverso creator, divulgatori, influencer e pagine social che raggiungono un pubblico spesso superiore a quello di molte testate giornalistiche tradizionali.

Queste persone possono incidere sul dibattito pubblico, orientare opinioni e diffondere informazioni. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, non appartengono alle professioni tradizionalmente regolamentate dell’informazione, come il giornalista o l’editore.

Questa non è una critica. È un’osservazione sull’evoluzione dell’ecosistema informativo.

Le piattaforme come Facebook, Instagram, TikTok, YouTube e X distribuiscono contenuti attraverso algoritmi, ma non svolgono automaticamente il ruolo editoriale di verifica dei fatti. La qualità dell’informazione continua a dipendere da chi produce il contenuto, dalle fonti utilizzate e dagli eventuali processi di verifica adottati.

Da qui nasce una riflessione.

Se il diritto europeo ha scelto di regolamentare le piattaforme digitali e l’intelligenza artificiale, è legittimo chiedersi se, in futuro, debba interrogarsi anche sulle figure che svolgono stabilmente una funzione informativa verso milioni di cittadini senza rientrare nelle categorie professionali tradizionali.

Non significa limitare la libertà di espressione.

Significa domandarsi se l’evoluzione tecnologica richieda anche un’evoluzione delle responsabilità.

Non è una conclusione giuridica.

È una domanda che il legislatore, il mondo dell’informazione e la società dovranno prima o poi affrontare.

Salvatore Martino