Siamo alla frutta (e non possiamo permettercela)

“Siamo alla frutta” (ma non possiamo permettercela)

Il dramma grottesco di un Paese dove anche una pesca è diventata un privilegio

 

Chicco d’uva viola su bilancia da gioielliere in ottone, sfondo scuro

Il fruttivendolo è il nuovo Cartier

Una volta bastavano due euro spicci, una borsa della spesa e una voglia improvvisa di vitamina C. Adesso entri dal fruttivendolo e ti senti in gioielleria: ciliegie esposte come rubini, pesche che costano quanto un biglietto per un concerto. E se punti l’anguria intera… preparati al mutuo trentennale.

Ti ritrovi lì, nel reparto ortofrutta, a pesare con lo sguardo ogni singolo grappolo. Fai due conti, rinunci al pieno e ti concedi tre albicocche e un limone. Forse.

La roulette del melone

Scena vera: un signore, vestito di bianco, si ferma davanti a un melone etichettato 9,78 €. Lo guarda, lo rigira, chiama un commesso e chiede serio:
“C’è il prosciutto dentro?”
Risposta: solo delusione e inflazione.

La frutta, quella vera, è diventata un lusso da centellinare. A casa si mangia a fettine, si conserva la buccia per l’infuso, si mastica lentamente per farla durare.
La nonna dice: “Non si butta niente. Costa come il gas.”

L’Istat racconta favole. Instagram, no

L’Istat snocciola grafici che sembrano rassicuranti, ma il carrello della spesa racconta un’altra storia. Le famiglie si tengono alla larga dal reparto ortofrutta come se fosse la vetrina di una gioielleria di via Montenapoleone.
Ananas? Solo in foto. Mango? Solo nei reel. Le fragole, se ti va bene, le vedi su TikTok.

Nel frattempo, gruppetti di “fruit-hunters” organizzano spedizioni notturne nei campi per raccogliere fichi selvatici e more lungo le statali. Il foraging versione proletaria.

Il nuovo apartheid? A base di fruttosio

I benestanti fanno colazione con smoothie al mango bio, kiwi e chia. Chi lavora in magazzino si accontenta di annusare una mela, poi passa alla pizzetta del discount.

Così nasce la fruttocrazia: dove le vitamine si distribuiscono in base all’ISEE.
In una nazione dove la frutta cresce a chilometro zero, ma costa come fosse importata da Marte.

E lo Stato? Con la papaya in mano

Dov’è il governo mentre tutto questo succede? A qualche convegno sponsorizzato, magari a parlare di “sostenibilità alimentare”, servendo tartare di papaya e mango al buffet.
Nel frattempo, nessun freno alla speculazione, nessuna tutela reale sulla filiera. Solo la solita scusa: “il caldo, i trasporti, la stagione”.

Intanto, chi prende 1.200 € al mese si trova a scegliere tra un chilo d’uva o un pacco di pasta. E non è una metafora.

Epilogo? Amaro. Più di una prugna verde

Siamo alla frutta, sì. Ma solo in senso figurato, perché quella vera non ce la possiamo permettere.
E fa male. Fa rabbia. Fa ridere per non piangere.
In un Paese che ha inventato la dieta mediterranea, siamo ridotti a guardarla da lontano, come una pubblicità d’altri tempi.

Post scriptum: Questo articolo è stato scritto a stomaco vuoto. Niente ciliegie, niente pesche, solo nervi e parole.