Un granello nell’universo e la nostra presunzione
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Un granello nell’universo e la nostra presunzione

Un granello nell’universo

E se non avessimo scoperto ancora nulla?

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astronauta in tuta rossa cammina in un corridoio spaziale bianco esagonale
Una scena iconica di 2001: Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick, in cui un astronauta in tuta rossa percorre un corridoio esagonale a gravità zero all’interno della navicella spaziale Discovery One.

C’è qualcosa di tragicamente umano nella necessità di dare un nome a tutto. Anche all’infinito.

Guardiamo il cielo stellato e ci sentiamo piccoli. Ma solo per un momento. Poi, per non restare in silenzio, ci affrettiamo a riempirlo di spiegazioni.
Di dogmi.
Di Dei.

Ci siamo convinti – in un punto irrilevante del cosmo – di aver capito chi l’ha creato.
Abbiamo inventato un creatore a nostra immagine, e ci siamo inchinati davanti al nostro stesso riflesso.

La presunzione di aver capito tutto

Non sappiamo cos’è la materia oscura. Non sappiamo cosa c’era prima del tempo. Non sappiamo se l’universo sia finito, infinito o solo un frammento.
Eppure c’è chi, con una sicurezza inquietante, afferma di sapere chi l’ha fatto.

Come se bastasse leggere un libro, inginocchiarsi, o citare un testo sacro per dichiarare chi c’è – o non c’è – al di là delle galassie.

È la più grande illusione mai concepita dalla specie umana: aver scoperto un disegno, dove forse c’è solo una complessità ancora fuori portata.

ominide brandisce un osso tra resti scheletrici nel deserto
Una delle scene più celebri del film di Stanley Kubrick: un ominide scopre l’uso dell’osso come strumento e arma, segnando simbolicamente l’alba della civiltà umana.

Il cielo non ha bisogno del nostro consenso

Ogni nuova galassia scoperta non ci avvicina a Dio.
Ci allontana dalla presunzione.
Ogni esopianeta individuato è un altro promemoria: non siamo speciali.

Non siamo al centro di nulla. Non c’è un palco, non c’è una platea, non c’è un applauso finale.

C’è solo questo: un universo che non chiede di essere capito, ma che ci sfida a rimanere svegli, umili, e capaci di stupore.

Se Dio c’è, non l’abbiamo trovato

E forse non lo troveremo mai.
Perché cercarlo con i nostri strumenti, con le nostre categorie mentali, con i nostri limiti, è come voler misurare l’oceano con un cucchiaio.

Il nostro errore è pensare che l’universo debba parlare la nostra lingua.
Che se Dio esiste, debba assomigliarci, pensarla come noi, giudicarci come noi.

Ma là fuori non c’è alcun trono.
Non c’è alcun volto tra le stelle.
C’è solo silenzio, spazio, energia.

E, forse, proprio in questa assenza di risposte preconfezionate, si nasconde il vero invito:
smetterla di cercare padroni, e iniziare a cercare davvero.


Foto: Visione profonda del telescopio Hubble
Didascalia: Ogni punto luminoso è una galassia. Ognuna contiene miliardi di stelle. Nessuna conosce il nostro nome.
Crediti: NASA | ESA | Hubble Space Telescope


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