Pensiero

La fantascienza ha visto il futuro?

OffLineMind · · 9 min

Quando l’immaginazione arriva prima della realtà

Di Salvatore Martino

C’è una domanda che torna ogni volta che una tecnologia contemporanea sembra uscita da un vecchio romanzo: la fantascienza aveva già visto tutto? La risposta più seria non è sì. Ma non è nemmeno no. Perché nella storia della fantascienza esistono casi nei quali un’idea è comparsa decenni prima della sua realizzazione. Esistono però anche moltissime previsioni sbagliate. E soprattutto esiste il rischio di riconoscere una previsione soltanto dopo che il futuro è già arrivato. Per questo bisogna partire da una regola semplice: una somiglianza non è una prova.

Il primo caso: Forster e la società della Macchina

Nel 1909 E. M. Forster pubblicò The Machine Stops. Gli esseri umani vivono separati, comunicano attraverso la Macchina e dipendono da essa per gran parte della loro esistenza. È difficile non pensare alla società digitale. La ricerca storica ha infatti rilevato nel racconto un’anticipazione sorprendente di tecnologie simili a Internet, della comunicazione a distanza e di una società fortemente mediata dalla tecnologia. (Wiley Online Library) Ma Forster non aveva previsto Internet. Aveva immaginato qualcosa di più generale: una civiltà che finisce per dipendere dalla propria tecnologia.

È una distinzione importante.

Čapek e il lavoratore artificiale

Nel 1920 Karel Čapek pubblicò R.U.R. Da quell’opera arrivò nel mondo la parola «robot». Ma la cosa più interessante non è il termine. Čapek immaginava esseri artificiali prodotti per lavorare. Il problema era già quello che oggi conosciamo sotto forme diverse: quando una macchina può svolgere il lavoro dell’uomo, che cosa accade all’uomo? Non aveva previsto i robot industriali contemporanei. Aveva anticipato una domanda che sarebbe rimasta aperta per un secolo.

Asimov e le regole delle macchine

Nel 1942 Isaac Asimov introdusse le Tre Leggi della Robotica. Il suo interesse non era soltanto costruire macchine intelligenti. Era capire cosa sarebbe successo quando una macchina avesse dovuto prendere decisioni. Il problema è sorprendentemente attuale. Chi stabilisce le regole? Cosa accade quando due obiettivi entrano in conflitto?

Chi controlla una macchina autonoma?

Le Tre Leggi non sono una soluzione tecnica all’intelligenza artificiale. La letteratura sulla machine ethics ne ha evidenziato da tempo i limiti. Ma Asimov aveva trasformato la macchina in un problema di responsabilità e governance. Ed è questo che rimane attuale.

Clarke: il caso più preciso

Nel 1945 Arthur C. Clarke pubblicò Extra-Terrestrial Relays. Descrisse l’utilizzo di satelliti in orbita geostazionaria per le telecomunicazioni. Qui il confronto con la realtà è particolarmente netto. L’ESA riconosce esplicitamente Clarke come colui che descrisse nel 1945 il principio alla base dell’orbita geostazionaria, oggi associata anche al nome «Clarke Belt». (Agenzia Spaziale Europea) Questo è un caso diverso da una semplice analogia letteraria. C’è una data. C’è un’idea tecnica. C’è una realizzazione successiva. È uno dei casi più forti quando si parla di anticipazione tecnologica.

Murray Leinster: Internet prima di Internet

Fra i casi meno conosciuti ce n’è uno particolarmente interessante. Nel 1946 Murray Leinster pubblicò A Logic Named Joe. Immaginò computer domestici collegati a una rete mondiale, capaci di fornire informazioni, programmi e comunicazioni. Il Computer History Museum considera il racconto una delle visioni più lungimiranti delle possibilità dei computer collegati in rete, quasi mezzo secolo prima della diffusione di Internet. (CHM) La cosa ancora più interessante è che il racconto non immagina soltanto la tecnologia. Immagina anche il problema. Una macchina collegata alla rete comincia a rendere disponibili informazioni che non dovrebbe fornire.

La questione è già quella che conosciamo oggi: quando l’accesso all’informazione diventa troppo potente per essere lasciato senza controllo?

Dune: quando il futuro decide di fermarsi

Con Dune, Frank Herbert porta il discorso su un altro piano. Nel suo universo le macchine pensanti sono diventate una minaccia tale da essere bandite. La domanda non è più soltanto: «Che cosa potrà fare l’intelligenza artificiale?»

Diventa: «Che cosa decideremo di permetterle di fare?» È una differenza enorme. La tecnologia produce inevitabilmente una questione politica. Chi decide?

Quali limiti sono accettabili? Quanto controllo deve conservare l’uomo? Sono domande che oggi appartengono alla discussione sull’intelligenza artificiale molto più di quanto appartengano alla fantascienza.

HAL 9000

Nel 1968 2001: Odissea nello spazio presenta HAL 9000. HAL parla, ascolta, interpreta e prende decisioni. Ma la parte più interessante non è che una macchina sappia parlare. È che una macchina possa perseguire un obiettivo attraverso una propria interpretazione. Il problema diventa quindi quello dell’autonomia. Una macchina può essere molto intelligente e contemporaneamente interpretare male ciò che l’uomo voleva realmente ottenere.

È una questione che oggi, con sistemi artificiali sempre più complessi, ha assunto una forma concreta.

Blade Runner e la domanda più difficile

Philip K. Dick, nel 1968, pubblicò Do Androids Dream of Electric Sheep? Da quel romanzo sarebbe nato Blade Runner. Qui la tecnologia non mette semplicemente in discussione il lavoro o il controllo. Mette in discussione l’identità. Se una macchina parla, ragiona, ricorda, soffre apparentemente e si comporta come un essere umano, cosa rimane per distinguere l’artificiale dall’umano? La domanda è ancora aperta. E forse è una delle domande più profonde lasciate in eredità dalla fantascienza.

Non tutte le previsioni si sono avverate

Qui occorre fermarsi. È facile costruire una lista di anticipazioni sorprendenti. È molto più difficile capire se la fantascienza sia davvero più brava di quanto sembri nel prevedere il futuro. Per farlo bisognerebbe considerare anche le previsioni fallite. È il problema del bias retrospettivo. Guardiamo il presente, torniamo indietro nei libri e cerchiamo ciò che gli assomiglia. Le corrispondenze le ricordiamo. Gli errori scompaiono. Un metodo serio dovrebbe fare il contrario: conservare entrambi.

Successi e fallimenti. È l’unico modo per capire se esiste realmente una capacità predittiva o se stiamo semplicemente selezionando le coincidenze più interessanti.

Prevedere o influenzare?

C’è poi un’altra possibilità. Forse la fantascienza non prevede sempre il futuro. A volte può contribuire a costruirlo. Un inventore legge un romanzo. Un progettista immagina una macchina. Un ricercatore trasforma quell’idea in un esperimento. L’esperimento diventa tecnologia. In questo caso non abbiamo una profezia.

Abbiamo un’influenza culturale.

La distinzione è importante perché la ricerca contemporanea sta studiando proprio il rapporto tra fantascienza, innovazione e foresight. Una revisione pubblicata nel 2026 ha individuato 17 metodi legati alla fantascienza utilizzabili nei processi di innovazione, tra cui scenari, wild cards, future personas e prototipazione. (ScienceDirect)

Un’altra revisione del 2026, basata su 75 articoli peer-reviewed, individua nella fantascienza funzioni di creatività, forecasting tecnologico, foresight, sviluppo di scenari, analisi etica e governance. (SSRN).La questione quindi non è più soltanto letteraria. La fantascienza viene studiata anche come strumento per pensare il possibile.

E oggi?

A questo punto entra nel discorso un’opera contemporanea. Il Dividendo dell’Errore di Salvatore Martino. Il romanzo immagina Roma nel 2040 e parte da un’idea  semplice: un errore di un’intelligenza artificiale potrebbe non essere soltanto qualcosa da correggere. Potrebbe contenere informazione.

Da qui nasce l’idea del «dividendo dell’errore». Non si tratta di affermare che questa teoria sia già dimostrata. Non lo è. Il romanzo propone una possibilità. Ed è proprio questo che lo rende interessante nel contesto di questo saggio. Le opere di Forster, Clarke o Leinster possono essere confrontate con la realtà perché il loro futuro è diventato passato. Il romanzo di Martino no. Il suo futuro deve ancora arrivare. Perciò non può essere usato come prova. Può essere usato come ipotesi da sottoporre al tempo. Se nei prossimi decenni gli errori dei sistemi artificiali saranno studiati sistematicamente come fonte di informazione e valore, l’idea avrà anticipato una trasformazione reale.

Se non accadrà, sarà semplicemente una previsione che non ha funzionato.

Anche questo risultato sarebbe interessante. Perché una previsione seria deve poter essere smentita.

La fantascienza non è un oracolo

Forse, alla fine, abbiamo posto la domanda sbagliata. Non: «La fantascienza conosce il futuro?» Ma:

«La fantascienza sa formulare ipotesi sul futuro che vale la pena conservare e verificare?»

In molti casi la risposta sembra essere sì. Forster ha immaginato una società dipendente dalla tecnologia. Čapek ha immaginato il lavoratore artificiale. Asimov ha immaginato il problema delle regole delle macchine. Clarke ha descritto una tecnologia che sarebbe diventata infrastruttura. Leinster ha immaginato computer domestici collegati in rete. Herbert ha immaginato il problema politico delle macchine pensanti. Kubrick e Clarke hanno portato in scena l’autonomia della macchina.

Dick ha messo in discussione la distinzione fra uomo e artificiale.

Non sono tutte profezie. Sono, però, anticipazioni documentabili di possibilità tecnologiche e umane. E alcune sono state sorprendentemente precise.

Il vero valore

La forza della fantascienza potrebbe quindi non essere quella di indovinare il futuro. Potrebbe essere quella di permetterci di pensarlo prima. La tecnologia arriva. Poi arrivano i problemi. La fantascienza prova a mettere i problemi davanti alla tecnologia. È questo che la rende ancora utile. E forse è anche il motivo per cui continuiamo a leggere libri scritti cento anni fa per capire il mondo nel quale viviamo oggi. Il Dividendo dell’Errore entra in questa storia con una differenza fondamentale.

Non sappiamo ancora se abbia ragione. E non dobbiamo fingere di saperlo. Il suo 2040 è ancora davanti a noi. Sarà la realtà, non l’autore, a stabilire se l’errore delle macchine diventerà davvero una risorsa. Questa è la differenza fra una profezia e un’ipotesi. La prima pretende di conoscere il futuro.

La seconda accetta di essere giudicata da esso.

Forse è proprio questo il contributo più serio della fantascienza: non dirci come sarà il futuro, ma costringerci a prendere sul serio ciò che potrebbe diventare.

Hyłf Göt!

Fonti essenziali

Opere

  • E. M. Forster, The Machine Stops, 1909.
  • Karel Čapek, R.U.R., 1920.
  • Isaac Asimov, Runaround, 1942.
  • Arthur C. Clarke, Extra-Terrestrial Relays, 1945.
  • Murray Leinster, A Logic Named Joe, 1946.
  • Frank Herbert, Dune, 1965.
  • Stanley Kubrick / Arthur C. Clarke, 2001: A Space Odyssey, 1968.
  • Philip K. Dick, Do Androids Dream of Electric Sheep?, 1968.
  • Anthony Burgess, A Clockwork Orange, 1962.
  • John Brunner, The Shockwave Rider, 1975.
  • Salvatore Martino, Il Dividendo dell’Errore, 2026.

Fonti di verifica

  • Seamus Flaherty, “The Machine Stops”, History, 2020. (Wiley Online Library)
  • European Space Agency, documentazione sull’orbita geostazionaria e Arthur C. Clarke. (Agenzia Spaziale Europea)
  • Computer History Museum, A Logic Named Joe. (CHM)
  • Sven Schimpf et al., “Science fiction and innovation”, Futures, 2026. (ScienceDirect)
  • Xiaohan Chen, Stefano Magistretti, “Science fiction and innovation: a systematic review…”, 2026. (SSRN)

Nota metodologica: Il Dividendo dell’Errore è citato come fonte primaria narrativa contemporanea, non come fonte scientifica. La sua eventuale capacità anticipatoria resta una questione aperta e verificabile soltanto nel tempo.

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Questo articolo è stato elaborato con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale. La selezione dell’argomento, l’impostazione, le valutazioni, le verifiche richieste e la responsabilità editoriale del contenuto restano dell’autore.

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Autore: Salvatore Martino.

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