Il pianeta proibito (1956): il film che anticipò l’era dell’IA e della robotica
Robby, i Krell e il problema del controllo:
Perché un film di fantascienza del 1956 appare oggi sorprendentemente attuale nel dibattito sull’intelligenza artificiale.
Nel 1956 arrivò nelle sale Il pianeta proibito, film di fantascienza diretto da Fred M. Wilcox e prodotto dalla Metro-Goldwyn-Mayer. È facile ricordarlo soprattutto per Robby, il robot diventato una delle icone della fantascienza cinematografica. Ma, osservato con gli occhi di oggi, il film contiene qualcosa di più interessante: una riflessione sorprendentemente anticipatrice sul rapporto fra tecnologia, intelligenza e responsabilità umana.
Un fatto storico è certo: nel 1956 l’intelligenza artificiale, come disciplina scientifica, stava appena nascendo. Nello stesso anno, alla conferenza di Dartmouth, John McCarthy, Marvin Minsky, Nathaniel Rochester e Claude Shannon proposero formalmente di studiare l’intelligenza artificiale come campo di ricerca. Il pianeta proibito arrivò quindi proprio all’inizio di quella stagione scientifica.
Robby non è, naturalmente, un’intelligenza artificiale nel senso contemporaneo. Non apprende autonomamente come fanno alcuni sistemi moderni e non possiede un’intelligenza generale paragonabile a quella umana. È però rappresentato come una macchina capace di comprendere ordini, comunicare, svolgere compiti complessi e interagire socialmente con gli esseri umani. Per il cinema del 1956 era una rappresentazione tecnologicamente audace.
La previsione più interessante del film, tuttavia, non riguarda la forma del robot. Riguarda il problema del controllo.
La civiltà dei Krell ha raggiunto una capacità tecnologica praticamente illimitata, ma questa capacità non impedisce la distruzione della stessa civiltà. Il meccanismo narrativo è significativo: una tecnologia potentissima può amplificare ciò che esiste già nell’essere umano, comprese le componenti più oscure della sua psicologia.
È una distinzione importante anche nel dibattito contemporaneo sull’IA. Il rischio non consiste necessariamente nell’immaginare una macchina che improvvisamente decide di conquistare il mondo. Un rischio molto più concreto è che sistemi sempre più potenti vengano utilizzati da esseri umani, organizzazioni e istituzioni senza adeguati meccanismi di controllo, verifica e responsabilità.
Anche Robby contiene un’altra intuizione interessante. Il robot non viene presentato semplicemente come una macchina industriale: possiede una sorta di identità funzionale, comunica, interpreta istruzioni e manifesta comportamenti sociali. Questa rappresentazione anticipa una trasformazione che oggi conosciamo bene: il rapporto uomo-macchina non è più necessariamente mediato soltanto da pulsanti e comandi, ma sempre più spesso dal linguaggio naturale.
Naturalmente sarebbe scorretto sostenere che il film abbia “predetto” l’intelligenza artificiale moderna. Non lo fece. Non poteva prevedere i modelli linguistici, le reti neurali contemporanee, l’apprendimento automatico su larga scala o i sistemi generativi.
Ma una previsione non deve necessariamente consistere nell’indovinare una tecnologia futura nei suoi dettagli. Può consistere nell’individuare correttamente il problema che quella tecnologia finirà per rendere importante.
Da questo punto di vista Il pianeta proibito appare sorprendentemente attuale.
Nel 1956 la domanda era fantascientifica: che cosa accadrebbe se l’uomo disponesse di una tecnologia capace di trasformare il pensiero e la capacità in potere?
Oggi la domanda è diventata tecnologica: che cosa accadrà quando sistemi artificiali saranno capaci di amplificare enormemente la capacità umana di produrre, decidere, analizzare e agire?
La distanza fra le due epoche è enorme. Il problema di fondo, però, presenta una continuità.
Ed è forse questa la vera profezia di Il pianeta proibito: non la previsione del robot, ma la previsione del problema umano che nasce quando la potenza tecnologica cresce più rapidamente della capacità di governarla.
Salvatore Martino
Hyłf Göt!

