Pensiero

Quando il linguaggio non basta

OffLineMind · · 6 min

Dall’esperienza umana a un possibile linguaggio emergente tra uomo e IA

di Salvatore Martino, autore di PENSAI
Per Offlinemind.com

Una domanda nata dalla vita

Alcune idee nascono dalla tecnologia. Altre dalla memoria. Da bambino conoscevo mio zio Paolo, sordomuto. Comunicava con gesti, suoni gutturali e contesto. Quando parlava di suo padre, ricordo che si baciava la mano. Io comprendevo immediatamente il significato: indicava il padre e, insieme, rispetto.

In Sicilia, «baciamo le mani» è una formula tradizionalmente legata al rispetto. Non posso sapere se Paolo collegasse consapevolmente il gesto a quella tradizione. So però che, nella nostra relazione, quel gesto aveva un significato preciso. Ricordo anche uno zio di mio padre, che aveva perso un braccio durante la guerra di Francia in Spagna, e Santino, cieco dalla nascita, diventato professore di filosofia in un istituto superiore statale. Tre esperienze diverse. Una domanda comune:

Come cambia il modo di comunicare e interagire quando cambiano i canali attraverso cui una persona percepisce e utilizza il mondo?

Da qui nasce una seconda domanda:

Un’IA potrebbe imparare il significato dei segnali umani attraverso gesto, suono, contesto, cultura e relazione, senza partire necessariamente da un linguaggio già formalizzato?

Il significato non è soltanto una parola

La comunicazione umana non passa soltanto dalle parole. Gesti, voce, espressioni, pause e contesto partecipano alla costruzione del significato. La ricerca scientifica mostra che il gesto può favorire comprensione e apprendimento e che gesti e vocalizzazioni possono collaborare nella comunicazione. Questo rende il caso di Paolo interessante, senza trasformarlo in una prova scientifica. Il suo modo di comunicare può essere descritto semplicemente così:

gesto + suono + contesto + relazione → significato

Un gesto isolato può essere ambiguo. Lo stesso gesto, all’interno di una relazione conosciuta, può diventare immediatamente comprensibile.

Anche la percezione può cambiare il modo di costruire il significato

Il caso di Santino introduce un’altra domanda. La ricerca sulla cecità congenita mostra che il cervello può costruire rappresentazioni concettuali anche senza esperienza visiva e che questa condizione può modificare alcune caratteristiche delle rappresentazioni semantiche. Il caso dello zio che aveva perso un braccio introduce invece il tema dell’adattamento corporeo. La ricerca sul body schema mostra che la rappresentazione del corpo e dell’azione è plastica e può adattarsi alle nuove condizioni. Non significa che la disabilità produca maggiore intelligenza.

Significa qualcosa di più semplice:

Gli esseri umani possono adattare il modo in cui percepiscono, comunicano e agiscono quando cambiano le loro condizioni.

E se fosse l’IA ad adattarsi?

Oggi siamo abituati a pensare: uomo → linguaggio → IA

Potremmo immaginare invece:

uomo → segnali → IA → interpretazione → verifica → apprendimento

L’IA non dovrebbe presumere che un gesto significhi qualcosa.

Dovrebbe formulare un’ipotesi: «Credo che questo segnale significhi X.» Poi dovrebbe ricevere conferma o correzione. Nel tempo potrebbe costruire una memoria:

persona + segnale + contesto + significato + confidenza

In questo modo non imparerebbe soltanto un vocabolario. Imparerebbe come comunica quella persona.

Il linguaggio potrebbe emergere

La ricerca sull’emergent language studia già sistemi nei quali agenti artificiali sviluppano protocolli comunicativi attraverso l’interazione, invece di ricevere completamente un linguaggio predefinito. La domanda che propongo è però diversa:

Può emergere un sistema comunicativo tra una persona e una IA, costruito progressivamente attraverso segnali personali, contesto, memoria e verifica?

Non sarebbe necessariamente una nuova lingua.

Potrebbe essere un linguaggio della relazione.

Il ruolo di PENSAI

Qui entra PENSAI. PENSAI non dovrebbe stabilire che cosa significa un gesto. Dovrebbe governare il processo:

OSSERVA → INTERPRETA → VALUTA → VERIFICA → MEMORIZZA → AGGIORNA

L’IA produce l’interpretazione. PENSAI governa il processo. L’essere umano mantiene il controllo sul significato.

La differenza è importante: un’interpretazione dell’IA rimane un’ipotesi finché non viene verificata.

La prova sarebbe sperimentale

L’ipotesi può essere testata. Una persona potrebbe comunicare con una IA usando liberamente parole, gesti, suoni e combinazioni personali.

La IA dovrebbe:

  1. osservare;
  2. formulare un’interpretazione;
  3. indicare la confidenza;
  4. ricevere conferma o correzione;
  5. memorizzare;
  6. verificare successivamente.

La domanda non sarebbe:

«L’IA riconosce un gesto?»

Ma: «Uomo e IA riescono a costruire insieme significati che non erano completamente definiti all’inizio?»

Questa è una domanda molto più interessante.

Dalla disabilità alla comunicazione umana

La ricerca non dovrebbe essere limitata alle persone con disabilità. Ogni persona sviluppa, nelle proprie relazioni, modi personali di comunicare: gesti, abbreviazioni, parole, espressioni e riferimenti condivisi. Per questo la domanda può diventare universale:

Può l’IA imparare il modo in cui comunica ogni singola persona, invece di chiedere a ogni persona di adattarsi al modo in cui comunica l’IA?

Se fosse possibile, avremmo un cambiamento importante. Non soltanto una IA che comprende il linguaggio umano. Una IA che impara il linguaggio della relazione.

Conclusione

I miei ricordi di Paolo, di Santino e dello zio che aveva perso un braccio non dimostrano una teoria sull’intelligenza artificiale.

Ma hanno fatto nascere una domanda.

La scienza mostra che il significato umano può coinvolgere più modalità, che il cervello si adatta a diverse condizioni percettive e corporee e che sistemi artificiali possono sviluppare protocolli comunicativi emergenti.

Il passo successivo non è ancora dimostrato. Ed è proprio per questo che vale la pena studiarlo:

E se il futuro della comunicazione uomo–IA non fosse insegnare all’uomo a parlare come una macchina, ma permettere alla macchina di imparare come parla ogni uomo?

Forse il vero salto non sarebbe creare un linguaggio universale per l’IA.

Sarebbe permettere a uomo e IA di costruire insieme un linguaggio condiviso.


Riferimenti scientifici

  • Goldin-Meadow & Alibali — Gesture’s role in speaking, learning, and creating language, Annual Review of Psychology.
  • Hostetter — When do gestures communicate? A meta-analysis.
  • Fröhlich et al. — ricerca su comunicazione multimodale, gesti e vocalizzazioni.
  • Ricerca sulla comunicazione attraverso gesti e vocalizzazioni non linguistiche.
  • Connolly et al. — rappresentazione semantica nella cecità congenita.
  • Ricerca sulla riorganizzazione delle reti linguistiche nella cecità congenita.
  • Ricerca su body schema, corpo e adattamento all’azione.
  • Peters et al. — Emergent Language: A Survey and Taxonomy, 2025.

Disclaimer

Questo saggio è una riflessione personale e una proposta di ricerca, non una pubblicazione scientifica sottoposta a peer review. I ricordi dell’autore sono testimonianze autobiografiche e non dati scientifici controllati. Il saggio non sostiene che la disabilità produca maggiore intelligenza o una particolare capacità di comprendere l’IA. Il termine Linguaggio Relazionale Emergente Uomo–IA è una definizione concettuale proposta dall’autore e non una teoria scientifica consolidata. La validità dell’ipotesi richiederebbe esperimenti controllati, metriche riproducibili e verifica indipendente.

Il valore della proposta sta quindi nella domanda, non nella pretesa di avere già una risposta.

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