Chi si sporcherà le mani in futuro?
Tra intelligenza artificiale, automazione e lavoro umano: chi continuerà a fare ciò che le macchine non possono fare?
La Costituzione italiana, all’articolo 1, afferma: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». È una delle frasi più conosciute della nostra Carta e appartiene a un’Italia molto diversa da quella di oggi.
Nel 1948 il lavoro era soprattutto fabbrica, agricoltura, artigianato, commercio, ufficio. Era fatica fisica e intellettuale, ma anche uno dei principali strumenti attraverso i quali la persona partecipava alla vita economica e sociale del Paese.
Oggi qualcosa è cambiato.
L’intelligenza artificiale entra negli uffici, nelle professioni, nella produzione e nei servizi. I sistemi automatizzati possono svolgere attività che fino a pochi anni fa richiedevano esclusivamente l’intervento umano.
Ma qui comincia la domanda più interessante.
Chi si sporcherà le mani in futuro?
L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) ha analizzato nel 2025 l’esposizione delle professioni all’intelligenza artificiale generativa. Il risultato non descrive una semplice sostituzione dell’uomo con la macchina: secondo lo studio, circa un lavoratore su quattro nel mondo opera in un’occupazione con una certa esposizione alla GenAI e, nella maggior parte dei casi, l’esito più probabile è la trasformazione del lavoro, non la sua completa eliminazione.
Questo dato introduce una distinzione fondamentale.
Un’attività può essere automatizzata senza che scompaia necessariamente l’intero lavoro.
Una macchina può calcolare. Un algoritmo può analizzare. Un robot può movimentare materiali. Un’intelligenza artificiale può produrre un testo.
Ma qualcuno dovrà continuare a costruire, riparare, coltivare, assistere, trasportare, mantenere le infrastrutture e intervenire quando qualcosa non funziona.
Il futuro, quindi, non può essere dedotto semplicemente dalla velocità con cui cresce la tecnologia.
PENSAI suggerisce di fermarsi prima della conclusione: distinguere ciò che sappiamo da ciò che stiamo soltanto immaginando.
Non sappiamo se l’automazione produrrà meno lavoro, lavori diversi o una società nella quale il rapporto tra lavoro e reddito sarà completamente ripensato. Sappiamo però che il problema esiste. E forse la domanda più importante non sarà:
«L’intelligenza artificiale ci ruberà il lavoro?»
Sarà:
«Quando le macchine faranno una parte crescente del lavoro, quale valore attribuiremo alle persone che continueranno a fare ciò che le macchine non possono, non sanno o non conviene loro fare?»
È qui che l’articolo 1 torna ad essere sorprendentemente attuale. Non perché la Costituzione debba essere adattata alla tecnologia.
Ma perché dobbiamo capire che cosa significherà “lavoro” in una società nella quale produrre valore dipenderà sempre meno soltanto dalle mani dell’uomo.
Forse, alla fine, la domanda resterà quella più semplice:
chi si sporcherà le mani?
E soprattutto: quanto saremo ancora capaci di riconoscere il valore di quelle mani?
Fonti verificabili
- Costituzione italiana — Articolo 1, Senato della Repubblica
- OIL — Generative AI and jobs: A 2025 update
- OIL — Generative AI and Jobs: A Refined Global Index of Occupational Exposure
- OIL — Artificial intelligence adoption and its impact on jobs
- OIL — Work Transformed: The Promise and Peril of Artificial Intelligence
- OCSE — Demand for AI skills in jobs
Disclaimer sull’intelligenza artificiale
Questo articolo è stato elaborato con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale. Le fonti citate sono riferimenti verificabili e provengono da istituzioni pubbliche o organizzazioni internazionali. Le interpretazioni e le considerazioni contenute nell’articolo hanno carattere giornalistico e riflessivo e non costituiscono previsioni certe sul futuro del lavoro. L’uso dell’IA non sostituisce la verifica delle fonti, il giudizio umano e la responsabilità editoriale.
Hyłf Göt!
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