Dal telegrafo all’intelligenza artificiale
Quando il problema non è la macchina, ma ciò che mettiamo tra noi e la macchina
di Salvatore Martino
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C’è una parola quasi dimenticata che arriva dall’Ottocento e che, riletta oggi, sembra porre una domanda sorprendentemente contemporanea: pasitelegrafia. Nel 1851 un giovane Graziadio Isaia Ascoli pubblicò a Trieste un breve saggio intitolato . L’idea era ambiziosa: costruire una sorta di lingua universale destinata alla comunicazione attraverso il telegrafo. Ascoli cercava un sistema capace di rappresentare i concetti attraverso un codice standardizzato, sottraendoli, almeno in parte, alla dipendenza dalle singole lingue. Oggi quella proposta può apparire curiosa, quasi una bizzarria della storia della linguistica e della tecnologia. Ma forse merita una seconda lettura. Non perché Ascoli avesse previsto l’intelligenza artificiale. Non perché la pasitelegrafia possa essere considerata un antenato diretto dei sistemi di IA. E nemmeno perché il suo progetto abbia avuto il successo che il suo autore probabilmente sperava. Il suo interesse, oggi, è un altro. Ascoli aveva incontrato un problema tipico delle grandi trasformazioni tecnologiche: quando cambia il mezzo attraverso il quale comunichiamo, siamo costretti a ripensare anche il modo in cui rappresentiamo ciò che vogliamo comunicare. Il telegrafo aveva accelerato enormemente la trasmissione dell’informazione. Ma la velocità della macchina poneva una domanda: come fare perché il contenuto potesse viaggiare oltre le differenze linguistiche? La pasitelegrafia tentava di introdurre un livello intermedio. Prima il concetto, poi il codice, quindi la trasmissione. È questo passaggio, più ancora del particolare sistema inventato da Ascoli, che può interessare il nostro presente.
Quando la macchina cambia, cambia anche il problema umano
Oggi non abbiamo più bisogno di utilizzare il telegrafo per trasmettere messaggi tra persone che parlano lingue differenti. Abbiamo però costruito macchine capaci di elaborare il linguaggio umano in una maniera che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata difficile da immaginare. Le intelligenze artificiali generative possono riassumere, tradurre, confrontare, scrivere, programmare, formulare ipotesi e assistere processi nei quali entrano valutazioni e decisioni. La relazione sembra semplice: l’essere umano pone una domanda, la macchina risponde. Ma proprio qui potrebbe nascondersi il problema. Che cosa succede tra la domanda e la risposta? La macchina interpreta il problema. Seleziona pattern. Utilizza informazioni. Produce una risposta probabilistica. L’essere umano la legge e può essere portato ad accettarla. In questa sequenza esiste un rischio che non dipende necessariamente dalla malafede della macchina. È sufficiente che l’essere umano confonda una risposta generata con una decisione già validata. Il problema, allora, non è soltanto quanto sia intelligente la macchina. È come è costruito il rapporto tra la macchina e chi deve decidere.
Dalla rappresentazione del significato alla rappresentazione del problema
Qui il vecchio esperimento di Ascoli può diventare una lente interessante. La pasitelegrafia cercava una rappresentazione capace di attraversare lingue diverse. Una moderna governance dell’intelligenza artificiale potrebbe avere un compito differente: costruire una rappresentazione capace di attraversare sistemi artificiali diversi senza perdere il controllo umano sul processo. Non significa trasformare il problema umano in una formula matematica. significa, piuttosto, chiedersi se sia possibile separare almeno alcune fasi: problema → rappresentazione → elaborazione IA → verifica → giudizio umano. È una distinzione apparentemente semplice, ma non banale. Se il problema entra direttamente nella macchina e la risposta della macchina diventa direttamente una decisione, l’intermediazione umana rischia di ridursi. Se invece esiste una struttura che obbliga a distinguere il problema dalla risposta, le alternative dalla scelta, la generazione dalla verifica, allora l’IA può restare potente senza diventare necessariamente il decisore. Non è una garanzia assoluta.
È una diversa architettura.
La domanda dell’Europa
Non è casuale che proprio oggi il tema della supervisione umana sia entrato anche nel diritto. Il Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale, l’AI Act, stabilisce specifici requisiti di supervisione umana per i sistemi classificati ad alto rischio. L’articolo 14 prevede misure affinché le persone incaricate della supervisione possano comprendere i limiti del sistema e, nelle condizioni previste, ignorare, sovrascrivere o interrompere il suo output. L’Europa, dunque, non sta semplicemente discutendo se l’intelligenza artificiale sia “buona” o “cattiva”. Sta tentando di stabilire quali condizioni debbano esistere quando una macchina entra in processi che possono produrre conseguenze reali sulle persone. La Commissione europea parla inoltre esplicitamente di un approccio basato sul rischio e di un quadro destinato a promuovere un’intelligenza artificiale sicura e affidabile. È un passaggio importante. Perché sposta il problema dalla macchina isolata al sistema nel quale la macchina viene utilizzata.
Ma possiamo davvero parlare di governance universale?
Qui bisogna fermarsi. La parola “universale” è seducente, ma potrebbe essere sbagliata. Una macchina utilizzata per assistere un medico non pone gli stessi problemi di un sistema che organizza una catena logistica. Un modello utilizzato per tradurre un testo non presenta lo stesso livello di rischio di un sistema impiegato in una decisione amministrativa. Pretendere una singola governance valida in modo identico per tutto potrebbe essere tanto ingenuo quanto lo era l’idea di un’unica lingua capace di rappresentare perfettamente ogni significato umano. Forse non abbiamo bisogno di una governance universale. Forse abbiamo bisogno di invarianti di governance. Principi che rimangano riconoscibili anche quando cambiano il modello, il produttore, il settore e la tecnologia. Per esempio: sapere quale problema si sta affrontando; distinguere dati e ipotesi; esplicitare i criteri; considerare alternative; rendere visibile l’incertezza; verificare il risultato; mantenere identificabile il soggetto che assume la decisione. Questi elementi non sono necessariamente una soluzione definitiva. Sono una possibile grammatica del rapporto tra uomo e macchina.
E qui entra PENSAI
È in questo spazio che colloco PENSAI. Non come una continuazione storica della pasitelegrafia. Sarebbe una forzatura. E nemmeno come una risposta definitiva al problema della governance dell’intelligenza artificiale. Sarebbe una pretesa che non possiamo giustificare. PENSAI può essere invece interpretato come un tentativo di costruire un livello di governo tra il problema umano e la capacità generativa dell’intelligenza artificiale. La distinzione è fondamentale.
- L’IA genera.
- Il processo governa.
- L’essere umano decide.
In questa prospettiva, il valore non risiede nel pretendere che la macchina non sbagli mai. Una simile pretesa sarebbe irrealistica. Il valore potrebbe risiedere nel fatto che un errore della macchina non debba automaticamente trasformarsi in una decisione dell’essere umano. È un problema molto diverso.
Il futuro non dipenderà soltanto dalla macchina più intelligente
Per anni abbiamo raccontato l’evoluzione dell’intelligenza artificiale come una gara alla ricerca del modello più potente. È comprensibile. La potenza tecnologica è misurabile, confrontabile, pubblicizzabile. Ma forse questa è soltanto una parte della storia. Quando le macchine diventano sempre più capaci, la domanda potrebbe cambiare. Non: “Quale macchina sa fare di più?”
ma: “Quale processo ci permette di usare macchine sempre più capaci senza perdere la capacità di giudicare?” È una domanda meno spettacolare. Ma forse più importante. Perché una macchina può essere sostituita. Un modello può essere aggiornato. Un algoritmo può essere modificato. Un’azienda può cambiare fornitore. Quello che è molto più difficile da sostituire è la responsabilità umana quando una decisione ha già prodotto le sue conseguenze. Ascoli non aveva previsto il nostro futuro È importante non trasformare questa storia in una leggenda. Ascoli non stava anticipando ChatGPT. La pasitelegrafia appartiene alla storia della linguistica, della comunicazione e della riflessione ottocentesca sulle lingue universali. Gli studi contemporanei la collocano proprio in quel contesto. Il suo progetto non ci consegna una soluzione pronta. Ci consegna, semmai, una domanda.
Che cosa dobbiamo mettere tra l’intenzione umana e la tecnologia quando la tecnologia diventa abbastanza potente da modificare ciò che facciamo?
Nel 1851 la risposta tentata da Ascoli riguardava il codice. Nel 2026 la nostra potrebbe riguardare la governance. La differenza è enorme. Ma il problema di fondo presenta una sorprendente somiglianza: non lasciare che la complessità del mezzo determini da sola la forma del risultato umano.
Una domanda ancora aperta
Forse, allora, la domanda iniziale può essere riformulata. Non abbiamo necessariamente bisogno di un linguaggio universale. Non sappiamo nemmeno se sia possibile costruire una governance universale. Potremmo però avere bisogno di qualcosa di più concreto: un livello condiviso di responsabilità e controllo capace di rimanere tra l’essere umano e qualsiasi intelligenza artificiale egli scelga di utilizzare. Se nel XIX secolo cercavamo un modo per permettere alle macchine di trasmettere meglio il pensiero umano, oggi potremmo trovarci davanti al problema opposto. Le macchine non hanno più soltanto bisogno di ricevere e trasmettere il nostro pensiero. Cominciano a partecipare alla sua elaborazione. Ed è proprio per questo che la domanda decisiva potrebbe non essere quanto lontano riusciremo a portare l’intelligenza delle macchine. Potrebbe essere un’altra:
Se nel XIX secolo abbiamo cercato un linguaggio universale per permettere alle macchine di trasmettere meglio il pensiero umano, nel XXI secolo abbiamo bisogno di un livello condiviso di governance per permettere agli esseri umani di utilizzare macchine sempre più intelligenti senza delegare loro, implicitamente, il giudizio?
Non abbiamo ancora una risposta definitiva. Forse è proprio questo il punto. Una società tecnologicamente matura non è quella che pretende di avere già tutte le risposte.
È quella che sa quali domande non deve smettere di porre.
Fonti
Graziadio Isaia Ascoli, La pasitelegrafia. Saggio di G. I. Ascoli, Trieste, Tipografia del Lloyd Austriaco, 1851. L’edizione originale è catalogata dall’Università di Firenze e conservata anche in fondi bibliografici specializzati.
Francesca Chiusaroli, “La Pasitelegrafia di Ascoli nella riflessione linguistica europea, tra paradigma universalista e scritture veloci”, 2018. Studio accademico dedicato specificamente al progetto pasitelegrafico e al suo contesto linguistico e storico.
Treccani, voce “Ascoli, Graziadio Isaia”, Dizionario Biografico degli Italiani, per il profilo storico e scientifico di Ascoli.
Regolamento (UE) 2024/1689 — Artificial Intelligence Act, Parlamento europeo e Consiglio dell’Unione europea, in particolare art. 14 — Human Oversight.
Commissione europea, AI Act — Shaping Europe’s digital future, per il quadro europeo basato sul rischio e gli obiettivi di sicurezza e affidabilità dell’IA.
Commissione europea, European AI Office, per la struttura istituzionale europea dedicata all’attuazione e alla governance dell’AI Act.
Disclaimer sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale
Questo articolo è stato ideato, impostato e verificato dall’autore Salvatore Martino. L’intelligenza artificiale è stata utilizzata come strumento di supporto alla ricerca, all’analisi, alla rielaborazione e alla verifica della struttura del testo. Le valutazioni, le interpretazioni, le analogie proposte e la responsabilità editoriale del contenuto rimangono dell’autore. Le fonti citate sono indicate per consentire al lettore di verificare autonomamente le informazioni riportate. Il collegamento tra la pasitelegrafia di Graziadio Isaia Ascoli e il concetto contemporaneo di governance dell’intelligenza artificiale costituisce una interpretazione dell’autore e non una relazione storica documentata. L’utilizzo dell’IA non costituisce pertanto attribuzione di paternità o responsabilità editoriale all’intelligenza artificiale.
Nota metodologica: il collegamento tra pasitelegrafia e PENSAI proposto nell’articolo è una analogia concettuale elaborata dall’autore, non una relazione storica documentata.
