I vigliacchi inconsapevoli: viltà, autoinganno e responsabilità morale
Quando la paura si nasconde dietro il conformismo, l’autoinganno e la rinuncia alla responsabilità
Di Salvatore Martino
Introduzione
L’espressione “vigliacchi inconsapevoli” non appartiene a un lessico accademico consolidato. In questo saggio viene utilizzata come categoria interpretativa per descrivere una possibilità umana: agire o non agire in modo contrario ai propri valori senza riconoscere pienamente la dimensione morale della propria condotta.
Il fenomeno può essere analizzato attraverso tre dimensioni tra loro collegate: la pressione del contesto sociale, i meccanismi cognitivi attraverso i quali le persone possono giustificare il proprio comportamento e i limiti della conoscenza che ciascuno ha dei propri processi mentali.
La ricerca psicologica e sociale documenta questi meccanismi, ma non utilizza la categoria di “vigliaccheria inconsapevole” come categoria scientifica. Il termine rappresenta quindi la tesi interpretativa del presente saggio e non un risultato sperimentale.
La questione centrale è stabilire se la presenza di meccanismi psicologici comuni possa ridurre, o addirittura annullare, la responsabilità individuale. Le evidenze considerate suggeriscono una distinzione necessaria tra influenza del contesto, comportamento concreto e responsabilità morale.
1. Il coraggio come virtù e la viltà come difetto
Nell’Etica Nicomachea, libro III, Aristotele analizza il coraggio in relazione alla paura e al modo in cui l’individuo affronta ciò che è temibile. Il coraggio viene distinto sia dalla viltà sia dalla temerarietà.
La viltà, in questa prospettiva, non coincide semplicemente con la paura. La paura è una risposta umana normale; la questione morale riguarda piuttosto il modo in cui essa viene affrontata e il comportamento che ne deriva.
La tradizione occidentale ha associato alla responsabilità morale anche il problema dell’omissione e della mancata scelta. Dante, nell’Inferno, canto III, colloca gli ignavi nell’Antinferno e rappresenta la rinuncia alla scelta come una condizione moralmente significativa.
È però necessario non attribuire a Dante una categoria che appartiene al presente saggio. L’espressione “vigliacco inconsapevole” non è un concetto dantesco. Il riferimento a Dante serve qui a introdurre una questione più generale: anche non scegliere può avere una dimensione morale.
2. Il contesto sociale: conformismo, obbedienza e diffusione della responsabilità
La psicologia sociale ha documentato diversi meccanismi attraverso i quali il comportamento individuale può essere influenzato dalla presenza di altre persone o dall’autorità.
Gli studi di Asch (1956) hanno esaminato l’influenza della maggioranza sui giudizi individuali. In una situazione sperimentale nella quale il compito percettivo aveva una risposta evidente, alcuni partecipanti si conformarono comunque al giudizio errato espresso unanimemente dagli altri membri del gruppo.
Milgram (1963) studiò invece l’obbedienza all’autorità. Nel suo paradigma sperimentale, i partecipanti credevano di dover somministrare scariche elettriche a un’altra persona nell’ambito di un presunto esperimento sull’apprendimento. L’articolo originale riporta che 26 partecipanti su 40 arrivarono al livello massimo previsto dal generatore, mentre 14 interruppero la procedura prima di quel punto.
Questi risultati non dimostrano che le persone siano naturalmente obbedienti né che chi obbedisce sia necessariamente privo di coraggio. Dimostrano che, in determinate condizioni sperimentali, la presenza di un’autorità può esercitare una forte influenza sul comportamento.
Burger (2009) ha successivamente realizzato una replicazione parziale del paradigma di Milgram con specifiche salvaguardie etiche. Il risultato è rilevante per lo studio dell’obbedienza, ma non deve essere interpretato come una semplice ripetizione dell’esperimento originale.
Un altro fenomeno importante è la diffusione della responsabilità. Darley e Latané (1968) hanno mostrato che la presenza di altri potenziali testimoni può influenzare la probabilità di intervento in situazioni di emergenza.
La meta-analisi di Fischer et al. (2011) ha successivamente esaminato l’effetto spettatore (bystander effect) in numerosi studi. I risultati indicano che la presenza di altre persone può ridurre l’intervento in determinate situazioni, ma che l’effetto dipende dalle caratteristiche dell’emergenza.
La ricerca successiva ha inoltre corretto una delle rappresentazioni più note dell’indifferenza collettiva. Il caso di Kitty Genovese è stato infatti ricostruito da Manning, Levine e Collins (2007), che hanno evidenziato quanto la versione tradizionale dei “38 testimoni” fosse fuorviante.
Philpot et al. (2020), analizzando registrazioni CCTV di conflitti pubblici in diversi paesi, hanno trovato che almeno una persona interviene nella maggioranza dei conflitti osservati. Lo studio riguarda specificamente conflitti pubblici registrati dalle telecamere e non autorizza quindi a generalizzare il risultato a ogni tipo di emergenza.
L’insieme di queste ricerche porta a una conclusione prudente: il comportamento umano è influenzabile dal contesto, ma non può essere descritto semplicemente come passivo o conformista.
3. Il contesto interno: dissonanza, disimpegno morale e limiti dell’introspezione
La pressione sociale non spiega da sola perché una persona possa continuare a considerarsi moralmente coerente anche quando il proprio comportamento appare in contrasto con i propri valori.
La teoria della dissonanza cognitiva di Festinger (1957) descrive il disagio che può derivare dall’incoerenza tra cognizioni, atteggiamenti e comportamenti. La riduzione della dissonanza può avvenire attraverso cambiamenti nel comportamento, nelle convinzioni o nell’interpretazione della situazione.
Non è quindi corretto sostenere che la dissonanza porti necessariamente a modificare le convinzioni invece del comportamento. Il punto rilevante per questo saggio è che l’individuo può cercare di ristabilire una percezione di coerenza dopo aver sperimentato una contraddizione.
Un contributo particolarmente importante è quello di Bandura (1999) sul disimpegno morale. Bandura descrive diversi processi attraverso i quali gli standard morali possono essere temporaneamente disattivati rispetto a determinate condotte. Tra questi rientrano la giustificazione morale, il linguaggio eufemistico, il confronto vantaggioso, lo spostamento o la diffusione della responsabilità, la minimizzazione delle conseguenze dannose, la colpevolizzazione e la disumanizzazione della vittima.
Questi meccanismi non dimostrano che una persona sia “vigliacca”. Mostrano piuttosto come sia possibile separare psicologicamente un comportamento dai propri standard morali.
Nisbett e Wilson (1977) hanno inoltre analizzato i limiti delle spiegazioni introspettive che le persone forniscono sulle cause dei propri comportamenti. La loro ricerca è rilevante per il problema dell’auto-conoscenza: una spiegazione soggettivamente convincente non è necessariamente una descrizione completa dei processi che hanno prodotto un comportamento.
Pronin, Lin e Ross (2002) hanno studiato il bias blind spot, cioè la tendenza a riconoscere più facilmente i bias negli altri che in se stessi.
Sul piano filosofico, Sartre, ne L’Être et le Néant (1943), analizza il concetto di mauvaise foi, generalmente tradotto come “malafede”. La persona tenta di sottrarsi alla propria libertà o responsabilità attraverso una rappresentazione di sé che attribuisce il proprio comportamento al ruolo, alle circostanze o alla necessità.
Il collegamento con la “viltà inconsapevole” rimane però interpretativo: Sartre non propone questa categoria, ma la sua analisi offre uno strumento filosofico per interrogare il rapporto tra autoinganno, libertà e responsabilità.
4. Dall’individuo alla struttura: Arendt, Bauman e Cohen
La prospettiva psicologica consente di studiare ciò che accade all’interno dell’individuo. La prospettiva sociologica introduce una domanda ulteriore: che cosa accade quando quei meccanismi individuali vengono inseriti in organizzazioni, gerarchie e sistemi nei quali le responsabilità sono distribuite?
Questo passaggio è importante perché una responsabilità frammentata può rendere più difficile collegare una singola azione alle sue conseguenze complessive. Il problema non è più soltanto perché una persona abbia scelto di non vedere, ma anche quali condizioni sociali abbiano reso più facile non vedere.
Hannah Arendt, in Eichmann in Jerusalem (1963), introdusse l’espressione “banalità del male” nella sua interpretazione del processo ad Adolf Eichmann. Arendt collegò il problema alla superficialità del pensiero e alla difficoltà di confrontarsi criticamente con il significato delle proprie azioni.
La formula non significa che il male sia sempre prodotto da persone innocue o inconsapevoli. È una specifica interpretazione filosofico-politica del caso Eichmann e del rapporto tra pensiero, obbedienza e responsabilità.
Bauman (1989), in Modernity and the Holocaust, analizzò invece il rapporto tra modernità, organizzazione burocratica e distanza tra le decisioni amministrative e le loro conseguenze umane.
In questa prospettiva è utile anche il concetto di adiaphorization, traducibile in italiano come “adiaforizzazione”: un processo attraverso il quale determinate azioni vengono sottratte alla valutazione morale diretta e trattate come questioni tecniche, amministrative o procedurali.
Cohen (2001), attraverso il concetto di denial, cioè “negazione”, analizzò le modalità con cui individui e collettività possono reagire a fatti conosciuti attraverso la negazione, la reinterpretazione o altre forme di neutralizzazione.
Queste prospettive non dimostrano l’esistenza di una “viltà collettiva”. Mostrano piuttosto che la responsabilità può essere resa meno visibile quando l’azione viene separata dalle sue conseguenze, distribuita tra più soggetti o trasformata in una procedura impersonale.
La questione diventa quindi duplice: comprendere i meccanismi psicologici dell’individuo e analizzare le strutture che possono favorirne o limitarne l’esercizio della responsabilità.
5. “Tutti”? Un’obiezione necessaria
A questo punto potrebbe sembrare possibile concludere che, poiché conformismo, obbedienza, autoinganno e diffusione della responsabilità sono fenomeni umani comuni, tutti siano potenzialmente “vigliacchi inconsapevoli”.
Questa conclusione sarebbe però eccessiva.
La presenza di una predisposizione o di un meccanismo psicologico non determina automaticamente il comportamento. Gli esperimenti mostrano variabilità tra individui e condizioni.
Inoltre, la ricerca sul comportamento degli spettatori dimostra che l’intervento può essere frequente nelle situazioni reali. Il comportamento umano non è quindi riconducibile a una sola tendenza.
Infine, attribuire la viltà indistintamente a tutti rischierebbe di produrre una conseguenza paradossale: diluire la responsabilità individuale proprio attraverso la sua universalizzazione.
È quindi necessario distinguere tra tre livelli:
- la possibilità psicologica di essere influenzati;
- il comportamento concretamente adottato;
- la valutazione della responsabilità per quel comportamento.
Una persona può essere sottoposta alla stessa pressione sociale di un’altra e reagire diversamente. La presenza di un’influenza non equivale quindi automaticamente all’assenza di scelta.
Conclusione
I “vigliacchi inconsapevoli” possono essere definiti, nel quadro interpretativo di questo saggio, come persone che, sotto la pressione del contesto e attraverso processi di autogiustificazione, agiscono o omettono di agire contro i propri valori senza riconoscere pienamente la dimensione morale della propria condotta.
Non si tratta di una categoria scientifica. È una categoria interpretativa costruita mettendo in relazione fenomeni documentati dalla filosofia, dalla psicologia sociale e dalla sociologia.
Le fonti esaminate documentano fenomeni specifici: conformismo, obbedienza, diffusione della responsabilità, dissonanza cognitiva, disimpegno morale, limiti dell’introspezione e difficoltà nel riconoscere i propri bias. Nessuno di questi fenomeni, preso singolarmente, dimostra l’esistenza del “vigliacco inconsapevole”.
La categoria nasce invece dal loro punto di intersezione: una persona può subire una pressione, trovare una giustificazione, non riconoscere pienamente i propri motivi e, di conseguenza, non percepire la propria omissione o il proprio comportamento come moralmente problematico.
Ma la spiegazione psicologica non coincide con l’assoluzione morale.
Essere influenzati non significa necessariamente essere determinati. Avere una giustificazione non significa necessariamente avere una giustificazione valida. Non riconoscere la propria responsabilità non significa che la responsabilità scompaia.
Il problema della viltà inconsapevole diventa quindi, prima di tutto, un problema di consapevolezza: quanto della propria condotta siamo realmente disposti a esaminare quando riconoscerla significherebbe mettere in discussione l’immagine che abbiamo di noi stessi?
La domanda finale non riguarda soltanto gli altri. Riguarda la capacità di ciascuno di riconoscere le proprie possibili forme di autoinganno.
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Bibliografia
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