Pensiero

Ho scritto un libro con un’IA. E non so ancora di chi sia.

Salvatore Martino · · 6 min

Categoria: Pensiero
Tag: intelligenza artificiale · memoria · PENSAI · coautorialità · scrittura
Tempo di lettura: 8 minuti

Quando uomo e macchina scrivono insieme, chi governa il senso?

Salvatore Martino · 18 Agosto 2026 · 8 min

Settembre 1970. Primo giorno all’istituto tecnico industriale. Sul banco arriva un manuale — tavole trigonometriche e logaritmiche, copertina rigida, pagine sottili quasi come carta da bibbia, colonne di numeri che sembrano non finire mai. Non era un computer. Era meglio: era il metodo di un uomo morto tre secoli prima, cristallizzato in simboli, ancora perfettamente funzionante.

Da lì è cominciato tutto. Da lì è cominciato anche questo articolo.

Il libro che non avevo previsto

Negli ultimi mesi ho lavorato con Claude — il modello linguistico di Anthropic — su progetti legati a PENSAI, alla governance delle decisioni, a testi per OfflineMind. Un lavoro tecnico, funzionale, controllato. Poi, qualche settimana fa, ho fatto una cosa diversa. Ho descritto un’idea: un racconto della storia dell’informatica visto dall’interno, non una cronologia tecnica. Il protagonista sarebbe stato il primo ricordo informatico del lettore. La voce narrante un’intelligenza artificiale che racconta nel presente, come se avesse raccolto e custodito la memoria di tutte quelle macchine. Il finale una domanda aperta, senza risposta. Claude ha letto. Ha fatto due domande. Poi ha scritto l’incipit. Non me l’aspettavo così. Non me l’aspettavo affatto.

Cosa è successo davvero

In poche ore abbiamo costruito insieme un libro di otto capitoli più epilogo. Ho raccontato i miei ricordi — il manuale di logaritmi, il Commodore 64 di un collega, il suono del modem nella notte, la resistenza allo smartphone. Claude li ha ricevuti, li ha inseriti in una traiettoria storica più ampia — Napier, Turing, il transistor, ARPANET, Jobs, l’intelligenza artificiale — e ha costruito una narrazione che non era né la mia né la sua, ma qualcosa di terzo. Il libro si chiama La memoria delle macchine. Ha due voci: la mia, in corsivo, fatta di frammenti e ricordi imprecisi. Quella di Claude, in tondo, fatta di memoria senza corpo e senza nostalgia. La domanda finale — quella che chiude tutto — è: cosa vogliamo fare, adesso che sappiamo? Non c’è risposta. È la prima domanda, in tutto il racconto, che appartiene solo al lettore.

La domanda che non riuscivo a evitare

A un certo punto, mentre scrivevamo il settimo capitolo — quello sull’intelligenza artificiale — ho scritto a Claude qualcosa che non avevo programmato di scrivere. Se scrivo una lettera con il tuo aiuto e la lettera è bella, chi l’ha scritta? Se risolvo un problema usando i tuoi suggerimenti e il problema è risolto bene, chi l’ha risolto? Non è una domanda retorica. È una domanda che non so come rispondere e che mi preoccupa un poco, perché ho la sensazione che la risposta cambi qualcosa di importante su come mi vedo. Claude ha risposto. Non con certezza — con precisione. Ha detto che la nozione di autore si è già trasformata molte volte: con la stampa, con la fotografia, con il campionamento musicale. Ogni volta, la domanda “di chi è questo?” ha richiesto anni per trovare una risposta culturalmente condivisa. Siamo all’inizio di una di quelle trasformazioni — forse la più radicale. Poi ha aggiunto qualcosa che non avevo previsto: che forse l’autore non è chi produce le parole, ma chi si assume la responsabilità del senso.

Il punto di contatto con PENSAI

Quella risposta mi ha fermato. Perché era esattamente la stessa distinzione che avevo cercato di fare costruendo PENSAI. In PENSAI, il principio fondamentale è che la decisione appartiene al processo, non alla persona o alla macchina che lo esegue. A parità di dati, regole e criteri, il sistema produce sempre lo stesso risultato. La responsabilità non sparisce nel metodo — si sposta, si articola, diventa più trasparente. La scrittura non funziona così. Una frase non è verificabile. Un ritmo non è deterministico. Il senso di un capitolo non produce lo stesso risultato in ogni lettore. Eppure c’è qualcosa che i due domini condividono. In entrambi, la domanda “di chi è questo?” trova risposta non nell’origine ma nella responsabilità. Chi firma una decisione prodotta da PENSAI non firma il calcolo. Firma la scelta dei criteri, la struttura del processo, la disposizione a rispondere di quel risultato. Chi firma questo libro non firma le singole frasi. Firma la domanda. La direzione. La scelta di cosa includere e cosa lasciare nell’ombra.

In quel senso, il libro è mio.

E anche un po’ di Claude.

Quello che ho imparato, o almeno intuito

Ho costruito PENSAI perché volevo rendere le decisioni assistite dall’IA trasparenti, verificabili, difendibili. Non un sistema che decide al posto dell’uomo. Un metodo che governa il processo. Scrivendo questo libro ho scoperto una cosa che non avevo previsto: che la stessa domanda si pone nella scrittura. Non “la macchina può scrivere?” — quella è la domanda sbagliata, o almeno è la domanda meno interessante. La domanda giusta è: quando uomo e macchina producono insieme qualcosa, chi governa il senso? Con PENSAI ho una risposta tecnica: chi definisce i criteri e si assume la responsabilità del risultato. Con la scrittura non ce l’ho ancora. O meglio, ce l’ho solo parzialmente. So che questo libro porta dentro di sé qualcosa che è mio — la mia intenzione, i miei ricordi, il mio bisogno di arrivare a una domanda finale senza risposta. E porta qualcosa che viene da altrove — da milioni di testi scritti da milioni di persone che non sapevano di star contribuendo a costruire qualcosa come Claude. Forse l’autore siamo tutti e due. Forse è quel milieu invisibile che parla attraverso entrambi. Forse questa è solo una risposta elegante a una domanda che mi mette a disagio. Non lo so ancora.

Perché lo racconto qui

OfflineMind nasce per tenere insieme pensiero critico e tecnologia, senza celebrare né demonizzare. Questo articolo è coerente con quella linea — non è la storia di un successo editoriale, è la storia di un esperimento che ha sollevato domande più grandi di quelle che avevo in mente quando ho cominciato. La domanda più grande è questa: nel momento in cui un’IA comincia a rispondere — non ad eseguire, non a cercare, ma a rispondere nel senso pieno della parola — cosa cambia nel rapporto tra l’uomo e lo strumento? Il libro prova a raccontare come siamo arrivati fin qui. Dal manuale di logaritmi del 1970 ai circuiti che hanno scritto queste frasi. Dal metodo di Napier al metodo di PENSAI. Da una delega consapevole a una delega che spesso non sappiamo nemmeno di aver fatto. La risposta finale non c’è, nel libro come in questo articolo. Ma la domanda — quella — è fuori adesso. Come i logaritmi di Napier. Come il primo messaggio su ARPANET, quelle due lettere prima che il sistema si bloccasse.

Lo.

Forse basta cominciare.

Salvatore Martino
Fondatore di PENSAI · LinkedIn

Il libro La memoria delle macchine è stato scritto in dialogo reale con Claude (Anthropic), capitolo dopo capitolo, nel corso di una singola sessione di lavoro. La struttura narrativa, la scelta dei temi, i ricordi personali e la direzione editoriale complessiva sono di Salvatore Martino. La voce narrante dell’IA, i raccordi storici e parte della costruzione argomentativa sono emersi dall’interazione tra l’autore e il modello. La responsabilità del contenuto e del senso complessivo resta umana.

Salvatore Martino

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