Oltre le password: l’identità digitale può diventare una prova, non un segreto
Dall’hash personale alla prova crittografica: perché il futuro dell’autenticazione potrebbe non richiedere più password statiche?
introduzione:
L’identità digitale senza password può sostituire il segreto statico con una prova crittografica verificabile.
Per anni la sicurezza digitale ha cercato di rendere le password più difficili da indovinare. Password più lunghe, regole di complessità, scadenze, autenticazione a due fattori e gestori di credenziali hanno progressivamente aumentato la complessità del sistema senza eliminare il problema originario: la password è un segreto che deve essere ricordato, trasmesso o verificato e che può essere intercettato, riutilizzato o sottratto.
La domanda più interessante, quindi, non è come costruire una password migliore. È se sia ancora necessario basare l’autenticazione sulla conoscenza di una password.
L’ipotesi dell’hash personale
Una prima intuizione potrebbe essere quella di sostituire le numerose password con un unico identificatore personale ottenuto mediante una funzione hash. L’idea appare elegante: una persona possiede un valore personale e lo utilizza per dimostrare la propria identità.
Ma l’analisi crittografica individua immediatamente una debolezza. Se quel valore è statico e può essere utilizzato direttamente per autenticarsi, diventa semplicemente una password con un altro nome. Chi lo ottiene potrebbe riutilizzarlo.
La semplificazione, quindi, non deve consistere nel sostituire molte password con un unico segreto. Deve consistere nel non utilizzare un segreto statico riutilizzabile come prova di autenticazione. La soluzione scientificamente già disponibile
La ricerca e gli standard contemporanei indicano una strada diversa: la crittografia asimmetrica. Il principio è relativamente semplice.
Durante la registrazione viene generata una coppia di chiavi:
- una chiave privata, custodita dall’autenticatore;
- una chiave pubblica, registrata dal servizio.
La chiave privata non deve essere consegnata al server. Durante l’accesso, il servizio genera una challenge casuale. L’autenticatore utilizza la chiave privata per produrre una firma relativa a quella specifica richiesta. Il server verifica la firma utilizzando la chiave pubblica.
Il modello è formalizzato dagli standard WebAuthn e FIDO2. La specifica WebAuthn Level 3 del W3C definisce credenziali basate su chiavi pubbliche, associate a uno specifico servizio, e prevede procedure separate di registrazione e autenticazione.
Non siamo quindi davanti a una semplice ipotesi teorica. È tecnologia standardizzata.
Perché la challenge è fondamentale
La differenza rispetto alla password è particolarmente evidente osservando il problema del replay. Una password produce sostanzialmente la stessa informazione a ogni accesso. Una challenge, invece, cambia. Il servizio può chiedere:
Challenge A e successivamente: Challenge B
password → dimostrazione di conoscenza di un segreto
autenticazione crittografica → dimostrazione del possesso di una credenziale privata attraverso una prova nuova
Il vantaggio contro il phishing
Esiste poi un problema ancora più importante: il phishing.
Una password può essere digitata su un sito falso e consegnata all’aggressore. L’architettura WebAuthn introduce invece il concetto di verifier name binding: la credenziale è legata al servizio per il quale è stata registrata. NIST considera WebAuthn un esempio di autenticazione resistente al phishing proprio grazie a questo meccanismo. CISA indica inoltre FIDO/WebAuthn come l’autenticazione resistente al phishing ampiamente disponibile e raccomanda alle organizzazioni di orientarsi verso questo modello. La FIDO Alliance descrive lo stesso principio: FIDO utilizza crittografia a chiave pubblica e un meccanismo challenge-response, evitando la presenza di segreti sensibili condivisi con il servizio.
Dove entra PENSAI
A questo punto emerge una distinzione importante.
PENSAI non dovrebbe inventare una nuova crittografia.
Sarebbe contrario al principio di verificabilità costruire una primitiva proprietaria e affidarle la sicurezza delle identità digitali. La strada più razionale è utilizzare gli standard esistenti e chiedersi quale problema rimanga da governare.
La risposta è: la decisione.
L’autenticazione dimostra che una determinata credenziale ha prodotto una prova valida. Ma da questo non consegue necessariamente che qualsiasi operazione debba essere autorizzata. PENSAI può introdurre un livello superiore:
CREDENZIALE
↓
PROVA CRITTOGRAFICA
↓
VERIFICA
↓
CONTESTO
↓
DECISIONE GOVERNATA
↓
ALLOW / HOLD / STOP
“La prova è valida?”
PENSAI aggiunge:
“Quale decisione è autorizzata sulla base di questa prova e di questo contesto?”
L’idea dell’identità personale cambia
Questo porta a riconsiderare anche l’idea iniziale dell’“hash personale”. L’intuizione non è necessariamente sbagliata. È semplicemente collocata al livello sbagliato. Un’identità digitale potrebbe essere rappresentata da un identificatore pubblico, mentre la vera capacità di autenticazione risiede nella credenziale privata associata. In questo modello non serve che ogni sito conosca un segreto personale. Anzi, l’architettura WebAuthn prevede che le credenziali siano scoped rispetto al singolo relying party e che i servizi non possano semplicemente riconoscere credenziali appartenenti ad altri servizi. Questo contribuisce anche alla privacy. La persona non deve quindi possedere una grande password universale.
Può possedere una capacità crittografica gestita dal proprio autenticatore.
Il problema non scompare
Questo non significa che le passkey o WebAuthn rendano l’identità digitale un problema risolto. Rimangono questioni fondamentali:
- Perdita del dispositivo.
Come recuperare l’accesso senza introdurre un meccanismo di recupero più debole dell’autenticazione principale? - Multi-dispositivo.
Come mantenere sicurezza e disponibilità su telefono, computer e altri dispositivi? - Revoca.
Come invalidare rapidamente una credenziale compromessa? - Recupero dell’account.
Come evitare che il supporto umano diventi il punto più debole dell’intero sistema?
La stessa FIDO Alliance riconosce che la gestione dei dispositivi e il recupero sono componenti importanti dell’architettura complessiva.
Questi problemi non possono essere eliminati con un algoritmo di hashing.
Richiedono governance.
La conclusione di PENSAI
L’ipotesi iniziale era:
“Potrebbe bastare un semplice hash personale?”
L’analisi agnostica conduce a una conclusione più rigorosa:
no, se l’hash è statico e utilizzabile direttamente.
Ma la domanda contiene un’intuizione interessante: l’utente dovrebbe poter possedere una forma di identità digitale che non richieda la memorizzazione di decine di password. La tecnologia contemporanea mostra che questo obiettivo è già tecnicamente perseguibile attraverso credenziali crittografiche a chiave pubblica, WebAuthn e FIDO2. Il possibile contributo originale di PENSAI non sarebbe quindi inventare l’autenticazione senza password.
Sarebbe costruire sopra questa tecnologia un modello di autenticazione governata, nel quale la prova crittografica, il contesto, il rischio e la decisione siano separati e verificabili. La distinzione finale è essenziale:
la crittografia dimostra il possesso; PENSAI governa la decisione.
È probabilmente in questa separazione che l’idea dell’identità personale può diventare qualcosa di più di una semplice sostituzione delle password.
Hyłf Göt!
