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È davvero la plastica il primo nemico dell’ambiente? Cosa dicono i dati

OffLineMind · · 10 min

Plastica, biodiversità e uso del suolo: cosa dicono davvero i dati scientifici

Introduzione

È davvero la plastica il primo nemico dell’ambiente?

La domanda è diventata quasi familiare. La plastica è presente nelle campagne contro l’inquinamento, nelle immagini degli oceani contaminati, nei programmi di raccolta differenziata e nelle discussioni sul futuro del pianeta. Bottiglie, sacchetti, imballaggi e microplastiche sono diventati simboli immediatamente riconoscibili della crisi ambientale.

Ma una domanda diversa deve essere posta prima di accettare questa rappresentazione:

la plastica è davvero il principale problema ambientale del pianeta?

Non basta dimostrare che la plastica faccia danni. Questo è evidente e documentato. Per poterla definire il primo nemico dell’ambiente bisogna confrontarla con le altre principali pressioni esercitate dalle attività umane sulla natura.

Il problema, quindi, non è difendere la plastica né condannarla. È verificare la classifica.

La plastica è un problema reale

Partire da questa premessa è indispensabile.

La plastica costituisce una delle principali componenti dell’inquinamento marino. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, UNEP, rappresenta almeno l’85% dei rifiuti marini ed è descritta come la frazione più grande, dannosa e persistente del marine litter. La sua presenza interessa gli ecosistemi dalla terraferma fino alle aree più remote degli oceani e può provocare danni alla fauna e agli habitat.

Il problema comprende anche la frammentazione della plastica in particelle sempre più piccole e la presenza di sostanze chimiche associate ai materiali plastici. L’inquinamento da plastica, dunque, non è un’invenzione comunicativa e non può essere liquidato come un problema secondario.

Ma questa constatazione non risponde ancora alla domanda.

Un problema può essere enorme senza essere il primo.

La prima verifica: biodiversità e natura

Per capire quale sia il principale problema bisogna stabilire almeno una dimensione nella quale effettuare il confronto.

Una delle più importanti è la biodiversità: la varietà della vita e degli ecosistemi.

Qui disponiamo di una valutazione particolarmente importante. L’IPBES, la piattaforma intergovernativa sulla biodiversità e i servizi ecosistemici, ha individuato cinque principali driver diretti della trasformazione della natura: cambiamento dell’uso del suolo e del mare, sfruttamento diretto degli organismi, cambiamento climatico, inquinamento e specie aliene invasive.

Nella valutazione globale dell’IPBES, il cambiamento dell’uso del suolo e del mare risulta il driver diretto con il maggiore impatto globale sulla natura. Per gli ecosistemi terrestri e d’acqua dolce è indicato come il principale impatto negativo relativo dal 1970; negli ecosistemi marini, invece, il primo posto è occupato dallo sfruttamento diretto degli organismi, soprattutto attraverso la pesca.

Questo risultato cambia radicalmente la prospettiva.

Se il criterio è la perdita della biodiversità globale, la plastica non è al primo posto.

Il primo posto è occupato dalla trasformazione degli habitat e degli ecosistemi attraverso il cambiamento dell’uso del territorio e del mare.

Che cosa significa “cambiamento dell’uso del suolo”?

Non si tratta soltanto della costruzione di una città.

Comprende la trasformazione di ambienti naturali per l’agricoltura, l’allevamento, le infrastrutture, l’urbanizzazione, l’estrazione di risorse e altre attività umane.

L’espansione agricola rappresenta una componente particolarmente importante. L’IPBES segnala che oltre un terzo della superficie terrestre è utilizzato per coltivazioni o allevamento e che l’espansione agricola, insieme all’espansione urbana e delle infrastrutture, è avvenuta in larga parte a spese di foreste, zone umide e praterie.

Questo introduce un elemento fondamentale.

Un pezzo di plastica abbandonato può danneggiare un ecosistema.

Ma la trasformazione di quell’ecosistema può eliminarne direttamente l’habitat.

Sono due forme di pressione differenti e non possono essere messe sullo stesso piano semplicemente perché entrambe sono “inquinamento”.

Una conferma dalla ricerca scientifica

Il risultato dell’IPBES non dipende soltanto da una singola valutazione istituzionale.

Uno studio pubblicato su Science Advances ha effettuato una sintesi quantitativa degli studi disponibili sui principali driver antropici della perdita di biodiversità.

Il risultato è significativo: il cambiamento dell’uso del suolo e del mare è risultato il principale driver diretto della perdita globale di biodiversità, seguito dallo sfruttamento diretto delle risorse naturali e dall’inquinamento. Gli autori sottolineano però che la gerarchia cambia tra ecosistemi terrestri, marini e d’acqua dolce.

Questo punto è importante perché impedisce di trasformare una conclusione scientifica in un altro slogan.

Il primo driver globale non è necessariamente il primo in ogni ecosistema.

Tuttavia, nel confronto complessivo sulla biodiversità, il risultato è abbastanza chiaro: la plastica non occupa il primo posto.

E il cambiamento climatico?

Il confronto diventa ancora più interessante quando si passa dal problema della biodiversità a quello climatico.

Il cambiamento climatico ha cause e dinamiche differenti. Secondo l’IPCC, nel 2019 le emissioni globali antropiche di gas serra erano pari a circa 59 ± 6,6 miliardi di tonnellate di CO₂ equivalente. La componente di CO₂ proveniente dai combustibili fossili e dai processi industriali era circa 38 miliardi di tonnellate, nettamente superiore alle emissioni di CO₂ associate all’uso del suolo e alla maggior parte delle altre singole categorie considerate.

La plastica contribuisce al problema climatico attraverso il proprio ciclo di vita, soprattutto perché la sua produzione è fortemente collegata alle materie prime fossili e ai processi industriali.

Ma ancora una volta non coincide con il problema.

Plastica e combustibili fossili non sono sinonimi.

La plastica è un prodotto e un sistema industriale specifico. Il sistema energetico fossile è molto più ampio e comprende elettricità, trasporti, industria, edifici e numerosi altri usi dell’energia.

Se quindi il criterio è il cambiamento climatico, non abbiamo motivo di collocare la plastica al primo posto.

Il problema più profondo: le risorse

A questo punto emerge un livello ancora più interessante.

Forse il problema non è individuare un singolo materiale o una singola forma di inquinamento.

Forse bisogna guardare al modo in cui l’economia utilizza le risorse naturali.

Il Global Resources Outlook 2024 dell’UNEP e dell’International Resource Panel mostra che l’estrazione globale di risorse naturali è triplicata negli ultimi cinquant’anni. Il rapporto individua nell’aumento dell’uso delle risorse uno dei principali motori della crisi ambientale e segnala che l’estrazione e la lavorazione delle risorse sono associate a oltre il 60% delle emissioni che contribuiscono al riscaldamento globale quando si considera anche l’uso del suolo.

Ancora più significativo è il dato relativo alla biomassa, comprendente prodotti agricoli e forestali: secondo il rapporto, la sua estrazione e lavorazione rappresentano oltre il 90% della perdita di biodiversità terrestre e dello stress idrico legati all’uso del suolo.

Questa informazione obbliga a cambiare prospettiva.

La plastica è un materiale.

Ma dietro molti dei principali problemi ambientali troviamo qualcosa di più generale:

l’estrazione, la trasformazione e il consumo delle risorse naturali su scala crescente.

Quindi la plastica è innocente?

No.

Questa sarebbe una conclusione altrettanto sbagliata.

La plastica continua a rappresentare un problema enorme. Nel caso dell’inquinamento marino, il suo peso è particolarmente evidente. L’UNEP sottolinea che la plastica costituisce almeno l’85% dei rifiuti marini e che l’inquinamento da plastica rappresenta una minaccia crescente per gli ecosistemi marini.

Il fatto che non sia il primo problema globale non la rende irrilevante.

È possibile che un problema sia il principale in una determinata categoria senza essere il principale in assoluto.

La plastica può quindi essere il problema dominante in determinati contesti, mentre il cambiamento dell’uso del suolo può esserlo nella perdita di biodiversità e i combustibili fossili possono avere un ruolo dominante nel cambiamento climatico.

Questa non è una contraddizione.

È la conseguenza del fatto che l’ambiente non è una singola variabile.

Perché allora la plastica è diventata il simbolo dell’inquinamento?

Qui bisogna distinguere la realtà scientifica dalla percezione pubblica.

La plastica ha una caratteristica particolare: è visibile.

Una bottiglia sulla spiaggia può essere fotografata.

Un sacchetto impigliato in una rete può essere mostrato.

Un ammasso di rifiuti plastici può essere raccolto e contato.

Al contrario, la perdita progressiva di un habitat, l’erosione della biodiversità, la pressione esercitata dall’agricoltura sul territorio o l’aumento delle concentrazioni atmosferiche di gas serra sono fenomeni meno immediati da vedere.

Questo non significa che la campagna contro la plastica sia falsa.

Significa che la visibilità di un problema non è una misura sufficiente della sua importanza complessiva.

Una società può concentrare l’attenzione su ciò che è facilmente riconoscibile mentre trascura processi molto più grandi ma meno visibili.

Il vero confronto

A questo punto possiamo finalmente tornare alla domanda iniziale.

È davvero la plastica il primo nemico dell’ambiente?

Se con “ambiente” intendiamo l’intero sistema naturale, la risposta è no.

Le principali valutazioni scientifiche disponibili non indicano la plastica come primo driver globale della trasformazione della natura.

Per la biodiversità, l’IPBES colloca al primo posto il cambiamento dell’uso del suolo e del mare; la ricerca comparativa successiva conferma questo risultato.

Per il clima, la questione principale riguarda soprattutto le emissioni di gas serra generate dai sistemi energetici, industriali, agricoli e territoriali, con una forte componente proveniente dai combustibili fossili e dall’industria.

Per l’inquinamento marino, invece, la plastica occupa una posizione straordinariamente importante.

Non esiste quindi una ragione scientifica per trasformare la plastica nel nemico numero uno dell’intero ambiente.

E allora chi è il primo?

Se siamo obbligati a indicarne uno, dobbiamo specificare rispetto a quale indicatore.

Se il criterio è la perdita globale di biodiversità, la risposta più solida è:

il cambiamento dell’uso del suolo e del mare.

È questa la pressione che l’IPBES identifica come principale driver diretto globale della perdita di natura.

Ma se la domanda diventa più ampia — quale sia la causa sistemica che alimenta contemporaneamente consumo di risorse, trasformazione degli ecosistemi, emissioni e inquinamento — allora emerge un livello ancora più profondo: il modello di produzione e consumo basato sull’estrazione crescente di risorse naturali.

L’UNEP/International Resource Panel evidenzia proprio questo legame tra uso delle risorse e triplice crisi planetaria: cambiamento climatico, perdita di biodiversità e inquinamento.

Questa distinzione è fondamentale.

Il primo driver diretto della perdita di biodiversità è una cosa.

Il principale meccanismo sistemico che alimenta molte pressioni ambientali è un’altra.

Confonderli produrrebbe una nuova semplificazione.

Conclusione

La domanda era:

È davvero la plastica il primo nemico dell’ambiente?

La verifica delle evidenze porta a una risposta netta:

No.

La plastica è un problema ambientale reale, grave e globale. In particolare, rappresenta la componente dominante dei rifiuti marini ed è responsabile di impatti significativi sugli ecosistemi.

Ma quando allarghiamo lo sguardo all’ambiente nel suo complesso, la tesi non regge.

La perdita della biodiversità è guidata soprattutto dal cambiamento dell’uso del suolo e del mare e dallo sfruttamento diretto degli organismi; il cambiamento climatico ha una propria gerarchia di cause, nella quale le emissioni da combustibili fossili e industria hanno un ruolo centrale; l’uso crescente delle risorse attraversa e alimenta molte di queste crisi.

La plastica, quindi, non è il primo nemico dell’ambiente.

È uno dei problemi.

In alcuni ambiti è un problema enorme.

In altri, non è il principale.

La conclusione più importante è forse questa: non dobbiamo scegliere il nemico più visibile. Dobbiamo individuare il fattore che produce il maggiore danno misurabile nel contesto che stiamo analizzando.

E se la domanda pretende un primo posto nella perdita globale di biodiversità, le evidenze indicano il cambiamento dell’uso del suolo e del mare, non la plastica.

Fonti essenziali

  • IPBES — Global Assessment Report on Biodiversity and Ecosystem Services (2019): valutazione globale dei principali driver della perdita di natura.
  • Jaureguiberry et al., 2022 — Science Advances, “The direct drivers of recent global anthropogenic biodiversity loss”: sintesi quantitativa degli studi sui driver della perdita di biodiversità.
  • UNEP — From Pollution to Solution: A Global Assessment of Marine Litter and Plastic Pollution (2021): valutazione globale dell’inquinamento da plastica e dei rifiuti marini.
  • UNEP / International Resource Panel — Global Resources Outlook 2024: rapporto sul rapporto tra estrazione delle risorse e crisi climatica, biodiversità e inquinamento.
  • IPCC — AR6 Working Group III, Emissions Trends and Drivers (2022): dati e analisi sulle principali fonti delle emissioni antropiche di gas serra.

Questo saggio è stato realizzato con l’uso di PENSAI, framework di analisi e decisione, e con il supporto dell’intelligenza artificiale. Le fonti citate sono state selezionate per supportare la verifica delle informazioni e non costituiscono garanzia assoluta della loro accuratezza. Il contenuto esprime il risultato dell’analisi svolta e non sostituisce la consultazione delle fonti originali.

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