Il motivo controintuitivo del declino della Nazionale? Forse è anche il benessere

Quando il comfort cambia la fame di vincere

Di Salvatore Martino

Ogni volta che la Nazionale italiana esce sconfitta da una competizione importante, assistiamo allo stesso rituale. Si cercano i colpevoli. C’è chi punta il dito contro l’allenatore, chi contro la Federazione, chi accusa i vivai, chi se la prende con gli stranieri in Serie A. Per qualche settimana tutti diventano commissari tecnici, poi il dibattito si spegne e tutto torna come prima.

Eppure, ogni volta che ascolto queste discussioni, mi torna in mente un pensiero che raramente sento pronunciare. Un’idea che può sembrare provocatoria e che forse farà storcere il naso a qualcuno. E se una parte del problema fosse proprio ciò che, in fondo, abbiamo sempre desiderato? E se il benessere, almeno indirettamente, avesse cambiato il nostro calcio?

Non fraintendetemi. Non sto dicendo che si stava meglio quando si stava peggio. Anzi. Nessuno vorrebbe tornare a un’epoca in cui molte famiglie facevano sacrifici enormi per arrivare alla fine del mese. Il benessere è una conquista e rappresenta il successo di una società. Ma ogni conquista, quasi sempre, modifica anche il nostro modo di vivere, di pensare e perfino di sognare.

C’è stato un tempo in cui il pallone era molto più di un gioco. Bastava uscire di casa per trovare una partita improvvisata. Due pietre diventavano una porta, una strada si trasformava in uno stadio e il tramonto decideva il fischio finale. Non servivano divise, arbitri o telecamere. Serviva soltanto la voglia di giocare.

Ma dietro quella voglia c’era spesso qualcosa di ancora più forte.

Per molti ragazzi il calcio rappresentava una possibilità concreta di cambiare destino. Diventare professionisti significava aiutare i propri genitori, comprare una casa, dare un futuro diverso ai fratelli. Non era soltanto un sogno sportivo. Era un progetto di vita. Quando la posta in gioco è così alta, ogni allenamento assume un valore diverso. Ogni caduta diventa un motivo per rialzarsi.

Oggi il mondo è cambiato. I ragazzi hanno davanti possibilità che le generazioni precedenti non potevano nemmeno immaginare. Possono scegliere percorsi di studio, professioni digitali, attività creative, imprese personali. Hanno accesso a strumenti che un tempo sembravano fantascienza. È un cambiamento straordinario e sarebbe assurdo considerarlo un problema.

Forse, però, proprio perché esistono tante strade, il calcio non è più l’unica strada.

Quando un sogno smette di essere una necessità, inevitabilmente cambia anche il modo di inseguirlo. Non significa che i giovani di oggi abbiano meno talento o meno valori. Significa semplicemente che vivono in una società diversa, con priorità diverse e con una diversa percezione del sacrificio.

Naturalmente questa spiegazione, da sola, non basta. Se fosse davvero così semplice, allora anche Spagna, Inghilterra o Germania dovrebbero attraversare lo stesso declino. Invece continuano a costruire generazioni di grande qualità.

Ed è qui che il ragionamento cambia prospettiva.

Forse il punto non è il benessere. Forse il punto è cosa un Paese riesce a fare del proprio benessere.

Ci sono nazioni che lo trasformano in scuole calcio migliori, in allenatori preparati, in strutture moderne e, soprattutto, in fiducia verso i giovani. Il benessere diventa uno strumento per creare eccellenza.

L’Italia, invece, sembra essersi fermata a metà del guado. Abbiamo strutture migliori rispetto a cinquant’anni fa, ma si gioca molto meno per strada. Abbiamo più tecnologia, ma forse meno fantasia. Abbiamo più organizzazione, ma spesso meno coraggio nel lanciare un ragazzo quando conta davvero. Preferiamo l’esperienza alla crescita, il risultato immediato alla costruzione del futuro.

Forse è per questo che la Nazionale fatica. Non perché manchino i talenti, ma perché il sistema fatica a trasformarli in campioni.

Le nazionali, in fondo, raccontano sempre qualcosa del Paese che rappresentano. Non mostrano soltanto il livello del calcio. Riflettono il carattere di una società, il suo modo di educare, di premiare il merito, di affrontare le difficoltà e di guardare al futuro.

Per questo non credo che basti cambiare un commissario tecnico per cambiare il destino della Nazionale. Le radici dei problemi sono quasi sempre più profonde delle persone che li affrontano.

E allora la domanda finale non riguarda il calcio.

Riguarda noi.

Siamo diventati una società che offre ai giovani molte più opportunità, e questo è un bene. Ma siamo ancora capaci di trasmettere loro il gusto della fatica, della disciplina e della perseveranza? Sappiamo ancora spiegare che il talento, da solo, non basta mai? Forse il vero avversario dell’Italia non è una nazionale più forte. Forse è una società che, senza accorgersene, ha imparato a considerare il sacrificio come qualcosa da evitare, invece che come il ponte necessario per raggiungere l’eccellenza. E se fosse davvero così, il problema non riguarderebbe soltanto il calcio.

Riguarderebbe tutti noi.

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