L’italiano mi basta
Una scelta personale nell’Europa delle molte lingue, anche nell’epoca dell’intelligenza artificiale
Di Salvatore Martino — OffLineMind.com
Ci sono decisioni che, arrivati a una certa età, non hanno più bisogno di molte spiegazioni. Una di queste riguarda la lingua nella quale voglio scrivere.
Da questo momento cercherò di evitare, per quanto possibile, di scrivere o parlare inglese. Non perché non sia in grado di comprenderlo. Non perché voglia chiudermi alle altre culture. E nemmeno perché pensi che conoscere più lingue sia qualcosa di negativo.
È esattamente il contrario.
Potrei imparare e parlare francese, tedesco, spagnolo, portoghese, greco o qualsiasi altra lingua europea. La mia scelta riguarda una cosa precisa:
non voglio che l’inglese diventi una necessità nella mia attività quando non ne ho bisogno.
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Sono italiano. Sono europeo.
Io sono italiano. Sono concittadino della patria di Leonardo da Vinci, Grazia Deledda, Enrico Fermi ed Ettore Majorana. Ma la mia idea di appartenenza culturale non finisce ai confini dell’Italia. Sono europeo. E nella cultura europea riconosco anche Kant e Goethe, Bizet e Pasteur, Marie Curie e moltissimi altri uomini e donne che hanno pensato, studiato e creato in lingue differenti. Questa è, per me, una delle caratteristiche più importanti dell’Europa.
Non una lingua sola, ma molte lingue capaci di dialogare fra loro.
Per questo non ho bisogno dell’inglese per sentirmi europeo.
Posso essere italiano ed europeo scrivendo in italiano.
Non è una guerra contro l’inglese
Non considero l’inglese una lingua inferiore. Non considero inferiori le persone che la parlano. Non penso che una lingua renda automaticamente migliore una cultura rispetto a un’altra. E non pretendo che gli altri facciano la mia stessa scelta.
Questa è una decisione personale.
Posso conoscere una cultura senza sentirmi appartenente a quella cultura. Posso leggere un autore straniero. Posso studiare una teoria nata in un altro Paese. Posso utilizzare una tecnologia sviluppata altrove. Posso persino imparare la lingua nella quale quella tecnologia è stata descritta.
Ma conoscere non significa appartenere.
E utilizzare uno strumento non significa doverne assumere anche la lingua come propria.
Quando l’abitudine diventa necessità
Il problema, per me, nasce quando una consuetudine diventa così diffusa da sembrare un obbligo. L’inglese è oggi molto presente nella tecnologia, nell’informatica, nella ricerca e nella comunicazione internazionale.
Questo è un fatto.
Ma da questo fatto non deriva necessariamente una conseguenza: che io debba utilizzarlo sempre. Quante parole inglesi usiamo perché sono indispensabili? E quante perché siamo semplicemente abituati a usarle? È questa la domanda che voglio cominciare a farmi.
Goal, feedback, budget
Ci sono parole che ormai entrano nelle nostre frasi quasi senza chiedere permesso.
- Goal.
- Feedback.
- Budget.
Io, da oggi, voglio fermarmi un momento prima di usarle. Perché dire goal se posso dire obiettivo? Perché dire feedback se posso dire riscontro, valutazione, risposta o critica, a seconda di ciò che intendo? Perché dire budget se sto parlando di un bilancio, di un preventivo, di uno stanziamento o di una disponibilità economica? Anzi, proprio qui mi accorgo di una cosa. Spesso il termine italiano non è soltanto equivalente.
È più preciso.
La parola inglese può essere generica; quella italiana può costringermi a specificare ciò che realmente intendo. E allora la questione non è più soltanto linguistica.
Diventa una questione di precisione.
La precisione prima della moda
Non voglio sostituire ogni parola straniera con una parola italiana per principio. Sarebbe un altro automatismo. Se un termine straniero è realmente necessario, lo utilizzerò. Se devo citare il titolo originale di un’opera, lo farò. Se una denominazione tecnica non ha un equivalente italiano adeguato, non inventerò una traduzione artificiale. Ma quando esiste una parola italiana precisa, non vedo perché dovrei sostituirla con un anglicismo soltanto perché è diventato di moda.
La precisione viene prima della moda.
E la lingua deve essere al servizio del pensiero.
Cosa dice la ricerca sul rapporto fra lingua e pensiero
Su questo punto voglio essere prudente. Non voglio sostenere che l’italiano faccia pensare meglio dell’inglese. La ricerca scientifica non autorizza una conclusione del genere. Ilaria Frana e Francesca Panzeri, nel volume Lingua e pensiero. Teorie e ricerca sperimentale, affrontano il rapporto fra linguaggio, pensiero e concettualizzazione distinguendo le versioni forti della relatività linguistica dalle evidenze sperimentali effettivamente disponibili.
La lingua non è una gabbia che determina completamente il pensiero. Ma non è nemmeno irrilevante. Alcune caratteristiche linguistiche possono interagire con attenzione, categorizzazione e concettualizzazione. Per me questo non dimostra che l’italiano sia migliore.
Dimostra qualcosa di più semplice:
la lingua che uso per esprimere un’idea non è un dettaglio completamente insignificante.
E allora voglio scegliere.
Parlare più lingue è una ricchezza
Non voglio confondere la mia scelta con un rifiuto del plurilinguismo. Conoscere più lingue è una possibilità straordinaria. Permette di entrare in contatto con persone diverse, leggere opere nella loro forma originale e conoscere tradizioni differenti. La ricerca europea sul multilinguismo mostra inoltre che l’uso di più lingue rimane una realtà concreta anche nella ricerca e nell’istruzione superiore. Uno studio comparativo sulla produzione scientifica europea ha analizzato oltre 164.000 articoli e più di 51.000 ricercatori in sette Paesi, evidenziando la presenza dell’inglese accanto alle lingue nazionali, con differenze importanti a seconda delle discipline e dei contesti. Quindi il mio problema non è il plurilinguismo.
Il mio problema è l’automatismo.
Non voglio che «lingua internazionale» diventi automaticamente «lingua che devo usare io».
E forse c’è anche l’intelligenza artificiale
C’è un’altra considerazione che mi interessa. Oggi scriviamo sempre più spesso sapendo che i nostri testi saranno letti anche da sistemi di intelligenza artificiale. Questo cambia qualcosa? Non so se l’italiano sia, in generale, più facile da comprendere per un sistema di IA rispetto all’inglese.
Non sarebbe serio affermarlo senza prove specifiche. I sistemi moderni sono progettati per lavorare con molte lingue e le loro prestazioni possono variare secondo il modello, il compito e la lingua utilizzata. Ma c’è una cosa che mi sembra ragionevole.
Un testo preciso aiuta la comprensione, indipendentemente da chi o da che cosa lo legge.
Se scrivo una frase chiara, scelgo il termine corretto, evito ambiguità inutili e costruisco un ragionamento ordinato, sto rendendo il testo più interpretabile.
Per un essere umano. E probabilmente anche per una macchina. Non è quindi necessario che il testo sia in inglese per essere comprensibile a un’intelligenza artificiale. La questione fondamentale è un’altra:
quanto è chiaro ciò che sto scrivendo?
Ed è una domanda che mi interessa molto di più.
Forse la macchina ci obbliga a riscoprire la chiarezza
C’è una piccola ironia in tutto questo. Abbiamo inventato sistemi capaci di elaborare enormi quantità di linguaggio e proprio questi sistemi ci stanno costringendo a riflettere nuovamente sulla qualità della nostra comunicazione. Scrivere male rimane scrivere male.
Usare parole vaghe rimane usare parole vaghe.
Riempire una frase di termini alla moda non la rende necessariamente più intelligente. Anzi.
Se voglio che un sistema artificiale comprenda bene ciò che sto dicendo, ho interesse a essere preciso.
Ma la stessa regola vale per un lettore umano. Quindi forse non è l’IA a doverci insegnare una nuova lingua. Forse siamo noi che dobbiamo tornare a utilizzare meglio quella che già possediamo.
Una lingua chiara è una buona interfaccia fra pensiero e comprensione.
Io non vendo nulla a un mercato anglofono
C’è poi una ragione molto concreta. Io non vendo nulla a un mercato anglofono. La mia attività consiste principalmente nello scrivere, ragionare e pubblicare. Il mio pubblico può leggere l’italiano. Non ho quindi una necessità commerciale che mi imponga di trasformare la mia produzione in inglese.
Se un giorno avrò bisogno dell’inglese, lo userò. Ma non voglio partire dall’idea opposta:
«Devo usare l’inglese, salvo riuscire a evitarlo.»
Voglio partire dall’italiano.
E vedere se basta.
Non voglio essere sfruttato da una necessità che non è mia
C’è una frase che riassume bene il mio pensiero:
non voglio essere sfruttato da una necessità che non è mia.
- Se una lingua mi serve realmente, la utilizzerò.
- Se devo leggere una documentazione disponibile soltanto in inglese, la leggerò.
- Se devo comunicare con qualcuno che parla inglese, troverò il modo di farlo.
- Ma se posso scegliere la lingua nella quale scrivere un mio saggio, voglio scegliere.
Non voglio che una consuetudine esterna si trasformi automaticamente in un obbligo personale.
La mia Europa non parla una sola lingua
C’è poi un aspetto culturale che per me conta molto. Io non considero l’Europa una cultura uniforme. La considero una civiltà costruita attraverso differenze, incontri, conflitti, contaminazioni e soprattutto attraverso una straordinaria pluralità linguistica. La lingua italiana mi collega alla mia storia.
Ma la mia cultura europea mi permette di riconoscere anche ciò che è stato scritto in tedesco, francese, spagnolo, portoghese, greco e nelle altre lingue europee. Kant non aveva bisogno dell’italiano per essere europeo.
Goethe non aveva bisogno del francese.
Bizet non aveva bisogno del tedesco.
Ognuno ha contribuito alla cultura europea partendo dalla propria lingua.
Perché dovrei fare diversamente?
Posso conoscere il mondo senza cambiare voce
Questa è forse la conclusione più importante. Non voglio isolarmi. Voglio continuare a leggere, studiare e confrontarmi. Voglio conoscere ciò che viene prodotto fuori dall’Italia e fuori dall’Europa. Ma conoscere il mondo non significa necessariamente parlare la lingua dominante del momento. Posso entrare in contatto con una cultura straniera e poi tornare alla mia lingua. Posso leggere un lavoro scientifico e discuterne in italiano.
Posso conoscere una tecnologia e spiegarla in italiano. Posso imparare una parola straniera e decidere che, nel mio testo, esiste una parola italiana migliore.
Non è chiusura. È scelta.
La mia regola editoriale
Da questo momento la mia regola sarà quindi questa:
i miei saggi saranno scritti in italiano oppure, quando necessario, in una lingua dell’Unione europea.
L’inglese potrà comparire quando la sua presenza abbia una reale funzione: un titolo originale, un nome proprio, una denominazione tecnica o un riferimento che perderebbe precisione attraverso una traduzione. Ma cercherò di evitare gli anglicismi inutili. Non scriverò goal se posso scrivere obiettivo. Non scriverò feedback se posso dire con precisione riscontro, valutazione, risposta o critica. Non scriverò budget quando posso dire bilancio, preventivo, stanziamento o disponibilità economica. E questo criterio vale per molte altre parole.
Non perché l’italiano debba vincere una gara. Ma perché voglio che ogni parola dica esattamente ciò che intendo dire.
Non è razzismo. È una scelta culturale
Non considero razzista scegliere una lingua. Non sto classificando persone. Non sto dicendo che una popolazione sia superiore a un’altra.
Non sto attribuendo valore a un essere umano sulla base della sua lingua. Sto decidendo quale lingua utilizzare nella mia attività e quale rapporto culturale voglio avere con essa.
È una scelta personale.
E proprio perché è personale non ha bisogno di diventare una regola per gli altri.
Una scelta controcorrente
So che questa decisione va controcorrente. L’inglese è troppo presente nella società contemporanea perché questa scelta possa sembrare normale.
Non mi interessa particolarmente. Non devo dimostrare che tutti gli altri sbagliano. Non devo convincere nessuno. Devo soltanto essere coerente con quello che penso. E penso che una persona possa essere aperta al mondo senza rinunciare alla propria lingua. Possa conoscere altre culture senza doverle assumere come proprie.
Possa utilizzare una lingua straniera quando serve senza trasformarla nella propria lingua obbligatoria.
L’italiano deve bastare
Alla fine ritorno sempre alla stessa domanda. Per la mia attività, l’italiano è sufficiente? La mia risposta è sì. Non sempre sarà sufficiente per comprendere tutto ciò che esiste nel mondo. Ma questo è un altro problema. Posso studiare le lingue che mi servono. Posso leggere documenti stranieri.
Posso confrontarmi con chi parla diversamente da me. Ma quando scrivo ciò che penso, voglio farlo nella mia lingua. Non perché sia la lingua migliore.
Perché è la mia.
E quando avrò bisogno di aprire una finestra verso un’altra cultura europea, potrò farlo attraverso una delle tante lingue che appartengono a quella stessa Europa nella quale riconosco la mia storia culturale. Non voglio combattere l’inglese. Voglio semplicemente smettere di considerarlo inevitabile.
Posso parlare qualsiasi lingua. Ma non devo parlare inglese.
E per i miei saggi vale una regola ancora più semplice:
italiano, prima di tutto.
L’italiano mi basta.
Riferimenti scientifici
Ilaria Frana, Francesca Panzeri, Lingua e pensiero. Teorie e ricerca sperimentale, Carocci, 2024.
Anna M. Borghi, Claudia Mazzuca, studi sulla cognizione radicata, il linguaggio e i concetti astratti, sviluppati nell’ambito della ricerca cognitiva italiana.
Vanessa Bretxa, Llorenç Comajoan, F. Xavier Vila i Moreno, studi sulle pratiche linguistiche nell’ambiente universitario catalano e sulla coesistenza di catalano, spagnolo e inglese nella comunicazione scientifica.
Cristina Pennarola, Amelia Bandini, studi comparativi sulle pratiche linguistiche nell’istruzione superiore europea, con riferimento a Italia, Francia e Germania.
Studio europeo sul multilinguismo nella pubblicazione scientifica, ricerca comparativa su oltre 164.000 articoli e più di 51.000 ricercatori in sette Paesi europei.
Nota metodologica
I riferimenti scientifici sono utilizzati per documentare questioni relative a linguaggio, cognizione, plurilinguismo e comunicazione scientifica.
Non vengono utilizzati per sostenere la superiorità dell’italiano sull’inglese, né la superiorità di una cultura su un’altra.
La scelta linguistica espressa nell’articolo è personale ed editoriale.
Disclaimer IA
Questo articolo è stato elaborato con l’assistenza di strumenti di intelligenza artificiale. La posizione espressa, l’esperienza personale, le scelte culturali ed editoriali e la responsabilità del contenuto appartengono all’autore.
Le fonti scientifiche richiamate non costituiscono una dimostrazione della scelta personale dell’autore.
